In un periodo storico in cui la lotta per la parità dei sessi è sempre più attiva, in cui le voci delle donne contro la disuguaglianza e i soprusi sono sempre più forti e in cui si iniziano a vedere i risultati di questa lotta, un film come Bombshell – La voce dello scandalo è sicuramente la scelta vincente. Il film, Premio Oscar per il miglior trucco, gioca su temi caldi e di spiccato interesse ma riesce a farlo con consapevolezza e classe rappresentando quella realtà in cui, individui in posizioni di potere, offrono favoritismi in cambio di prestazioni sessuali, puntando su minacce quando queste tardano ad arrivare. I contesti lavorativi in cui è possibile ritrovare queste condizioni sono molteplici, tra questi il cinema e la televisione hanno un ruolo non di poca importanza.

Il film tratta di una storia vera, di un uomo che ha creato una televisione diversa, una televisione dedicata a coloro che, al tempo, l’America non considerava più, la “vera America” come viene definita dai repubblicani stessi. Roger Ailes è il centro di tutto, magnate di Fox News e uomo tutto d’un pezzo, ma non abbastanza. È proprio qui che il film si concentra, su quei pezzi che sono stati lasciati indietro, su quelle storie che non aspettavano altro che essere raccontate. Le protagoniste sono infatti le donne a cui queste storie appartengono, storie che hanno permesso di fermare la giostra che il CEO di Fox aveva portato avanti per tutto quel tempo. Sono questi gli anni che vengono ripercorsi dal film, gli anni dello scandalo e del conseguente licenziamento di Roger Ailes grazie alla causa di Gretchen Carlson, interpretata qui da una fantastica Nicole Kidman. Insieme all’attrice Premio Oscar troviamo Charlize Theron nei panni di Megyn Kelly e Margot Robbie nei panni di Kayla Pospil, personaggio inventato ma rappresentante di tutte le donne della Fox News che hanno deciso di parlare. Le tre attrici fanno un lavoro degno di nota, non per niente sia la Theron che la Robbie sono state candidate all’Oscar, ma il vero protagonista del film è sicuramente il trucco che riesce a trasformare alla perfezione gli attori nei loro personaggi, primo tra tutti John Lithgow nei panni di Roger Ailes. Le scelte narrative e di regia, per mano di Jay Roach, sono molto interessanti, soprattutto per ciò che riguarda la scelta di rompere la quarta parete e quella di dare voce ai pensieri dei personaggi.

Si tratta di un film che porta lo spettatore a chiedersi se avrebbe fatto la stessa cosa, dando l’idea della sofferenza che si può nascondere dietro a queste realtà: dover chiedere di poter indossare i pantaloni, le continue richieste di accorciare la gonna da parte della produzione e, soprattutto, la consapevolezza di essere un bel visino più che una persona con delle competenze. Un’opera che, seppur godendo del periodo storico in cui si colloca, dove il #MeToo è sempre più presente e attivo nelle produzioni cinematografiche, non lascia nulla al caso e svolge il suo lavoro nei migliori dei modi senza voler essere troppo pretenzioso. Un’ora e quarantanove minuti di verità schiacciata in faccia allo spettatore che non può far altro che sentirsi parte del tutto.