Il viaggio del meteorite è stato lungo e tortuoso, ma alla fine si è schiantato con tutta la sua cinematografica potenza su di noi, poveri mortali pronti ad assaporare un nuovo horror lovecraftiano. Era dal 2013 che giravano voci su un adattamento di uno dei lavori più apprezzati di Howard Phillips Lovecraft, Il Colore venuto dallo Spazio, e qualche anno dopo sono iniziati a circolare i primi nomi legati al progetto: da una parte la SpectreVision di Elijah Wood e dall’altra, come un fulmine a ciel sereno, un nome impresso nei cuori di tanti cinefili, un ritorno più che gradito: Richard Stanley (Hardware, Dust Devil), cineasta sudafricano rimasto per lungo tempo lontano dai riflettori dopo quel pasticciaccio brutto de L’Isola Perduta. Mancava solo l’arrivo di Nicolas Cage come protagonista per dare a Color Out of Space un’aura di horror imperdibile.

Quel meteorite dal colore ignoto, pulsante come un essere mutante, sconvolge la vita dei Gardner, una tipica famigliola americana che si è disintossicata (ma non del tutto) dalla vita delle metropoli per vivere in una fattoria del New England. La madre Theresa (una sempre bellissima Joely Richardson), il padre Nathan (un sempre bellissimo Nicolas Cage) e i figli Lavinia, Benny e Jack (rispettivamente Madeleine Arthur, Brendan Meyer e il piccolo Julian Hilliard), appena entreranno a contatto con quella Cosa venuta dallo spazio risponderanno ognuno in modo diverso, tra allucinazioni, terrore e violenza. L’idrologo (e voce narrante) Ward Phillips (Elliot Knight) capisce che qualcosa non va nell’acqua che scorre sotto la dimora dei Gardner, ma ormai è troppo tardi: anche lui verrà trascinato in un vortice dal colore maestoso e vivido, ma impossibile da identificare, al di fuori dello spazio e del tempo.

Lo stesso Color Out of Space sembra uscito fuori da un varco temporale mutante e irrintracciabile. Da una parte sembra di essere negli anni ’80 di John Carpenter e David Cronenberg, in cui questo film si trasforma in una VHS orrorifica da sabato sera, pop corn in mano e grida di terrore analogico. Dall’altra, ci troviamo di fronte a un prodotto attuale e meravigliosamente confezionato, che trae dall’immaginifico lovecraftiano un succo travolgente e magnetico, non limitandosi a rimanere nello spazio sicuro del semplice “atto d’amore”. Mutazione o evoluzione? Forse entrambe. Stanley, a distanza di anni dal suo ultimo lungometraggio, rinnova il filone dell’orrore pop dirigendo sapientemente un Nicolas Cage a due facce, che alterna una tangibile drammaticità al classico overacting, immancabile marchio di fabbrica dell’attore. Attorno a lui girano vorticosamente le realtà e le allucinazioni dei co-protagonisti, tra cui spiccano gli occhi azzurri della figlia Lavinia, vero ponte tra l’universo del solitario di Providence e la cultura dark farcita di cuffiette, Necronomicon e Wicca alexandrina.

Il comparto tecnico è, senza alcun dubbio, di alto livello. Color Out of Space può vantare una colonna sonora a metà strada tra l’ambientale atmosferico, perfetto per una fattoria sperduta nel bosco, e tappeti di sintetizzatori pronti ad assordare (positivamente) lo spettatore. Ma il premio va, naturalmente, agli effetti speciali: un perfetto mix di analogico e digitale, che strizza l’occhio (più di uno… anche tre o quattro) a quelle visioni terrificanti dei succitati Cronenberg e Carpenter, veri padri fondatori di un orrore che in questo film trova terreno fertile dove crescere e mutare.

Discostandosi dal pur ottimo horror che spopola in questi anni, quello di Robert Eggers e Ari Aster, Color Out of Space è un adattamento cinematografico maestoso e trascinante, pronto a dare nuova linfa vitale (appiccicosa e rosacea) al concetto di paura insito in noi, poveri esseri mortali pronti a ripiombare nell’abisso del tempo. Tutti noi. Alpaca inclusi.