Nella New York dei primi anni Novanta, Lee Israel (Melissa McCarthy), a causa del suo pessimo carattere, viene licenziata.
Lee ha talento, ha scritto biografie importanti ed è stata nella Best Seller List del New York Times, ma i tempi cambiano e così i gusti e gli autori su cui investire per gli editori. Nonostante Lee sia a lavoro su una nuova biografia – dedicata a Fanny Brice – il suo editore non è disposto a dare nessun anticipo. La disoccupazione grava su di lei e non è facile per una donna di mezz’età trovare un nuovo impiego, soprattutto con le sue attitudini anti-sociali. L’editrice le consiglia di cambiare, migliorare, scrivere un romanzo, fiction, ma Lee non riesce a superare il suo blocco e preferisce bere, rimanere misantropa ed accettando la sola compagnia dello squattrinato omosessuale Jack Hock (Richard E. Grant).
Pur misantropa, Lee ama il suo gatto e la vita dell’animale è la cosa più importante per lei, tanto che vedendolo malato decide di vendere una lettera a lei indirizzata da Katharine Hepburn per pagare le spese veterinarie. Purtroppo la vendita della lettera non risolve la sua condizione e mentre fa ricerche in biblioteca per la biografia su Fanny Brice, trovandosi davanti a delle lettere dell’attrice, decide di rubarle per rivenderle dalla libraia di fiducia, Anna (Dolly Wells). La lettera che mostra per l’acquisto non vale molto, non ha nulla di particolare, così tornata a casa decide di aggiungere con la macchina da scrivere un post scriptum all’altra lettera, per gioco. Senza molte speranze Lee presenta quella lettera contraffatta e scopre che quel post scriptum le vale ben 350,00 $.
Il talento di scrittrice e le conoscenze da ricercatrice aprono a Lee le porte verso il mondo della falsificazione epistolare.
Da donna che mai si era sentita in grado di creare scritti originali, si scopre orgogliosa di questo oscuro talento che finalmente l’appaga e non può tenere segreto: l’amico di bevute Jack, diventa suo partner in crime ed insieme iniziano a vedere le loro miserabili vite migliorare.

Copia Originale altri non è che la storia basata sul racconto autobiografico Can you ever forgive me? (titolo originale del film) di Lee Israel. Gli sceneggiatori Nicole Holofcener e Jeff Whitty hanno svolto un eccellente lavoro nella trasposizione, differenziando la sceneggiatura da quella di un biopic puramente narrativo, arricchendolo nel contesto storico e sociale della New York degli anni Novanta. Holofcener e Whitty aprono intelligentemente uno spazio critico senza retorica, spingendo piuttosto sullo scontro/incontro tra dramma e commedia e per questo lavoro notevole hanno ricevuto le candidature ai BAFTA e Academy Awards vincendo un Guild Award.
Il tocco registico di Marielle Heller (Diario di una Teenager) valorizza la sceneggiatura, un po’ come il post scriptum che fa la differenza nella vita di Lee Israel: nel dettaglio trova il modo di fare la differenza e uscire da un approccio registico ordinario. Heller ha un occhio attento e sensibile, grazie al quale confeziona un biopic davvero elegante e sui generis, provocatorio, ma senza eccessi in quanto sceglie un approccio intimista per portarci nella vita di Lee e capire le sue ragioni. Tra una casa piccola e disordinata, ambienti a misura d’uomo, le luci soffuse come quelle che ritroviamo nei bar e nelle librerie che Lee frequenta, abbiamo segnali dell’umore della nostra protagonista e della claustrofobica situazione. La vita di Lee è così marginale agli occhi del mondo che si muove anonima alla luce del giorno, in una New York cupa, lontana dalla vivace Manatthan di Woody Allen, nonostante il sarcasmo al vetriolo della nostra protgonista s’incontri bene con il disfattismo alleniano. La Grande Mela di Copia Originale è sonnolenta, depressa e quieta, perché incapace di abbracciare tutti i suoi abitanti, come se fosse cambiata dalla città in cui Lee ha sempre vissuto.

Le note malinconiche però non prendono la meglio su Lee e Jack, i loro corpi vecchi possono sembrare fuori luogo e da nascondere in una città diversa, giovane, ma loro se ne fregano e ci bevono sopra. Melissa McCarthy e Richard E. Grant hanno una fisicità ed espressività perfetta per i loro ruoli che non impietosiscono mai: anche nel cuore del dramma strappano un sorriso e scalciano contro la compassione dello spettatore, uno spettatore che li ama con facilità perché attori di un manifesto di libertà. Il delinquere è l’atto propulsore della libertà dei personaggi e questo è uno degli aspetti più interessanti di questa storia, la trasgressione vibrante che influenza anche l’immagine, la trasgressione che Heller mette sotto una luce positiva. La dimensione del delinquere è per Lee un modo per conoscere se stessa, per tentare di cambiare, è un atto di ribellione ed una rivincita, ma non solo: è una via di gioia che la fa vivere veramente, nonostante la consapevolezza che ciò che fa va oltre la truffa. È una narrazione scomoda quella che ci è fatta, ma si può empatizzare perché Lee non è un personaggio qualunque, lei è l’outcast per eccellenza, una donna che chiede semplicemente di poter vivere ma che il sistema la punisce perché diversa sotto ogni punto di vista, diversa e scomoda, quasi indegna del diritto a vivere. Perché allora non comprendere la sua gioia di vivere nel crimine se è la sola via che le ha offerto possibilità?

Peccato che Copia Originale sia passato in silenzio e senza lodi nelle sale cinematografiche. Non è certo il primo biopic innovativo del cinema contemporaneo e non sarà l’ultimo, ma è un eccellente esempio di come un film biografico possa sorprendere in poliedricità senza eccedere.