Un rito d’iniziazione per una strana setta: un fallimento.
Gatis (Kaspars Zale) scappa via deluso, non riuscendo ad accettare le parole della sciamana: “non eri pronto”. Nella fuga corre con l’auto e per evitare una persona va fuori strada e la macchina si capovolge.
Si torna al principio di tutto, con Gatis in uno studio medico che chiede un aiuto non riuscendo più a mangiare e dormire, un Gatis che chiede alla sua ormai ex-ragazza di lasciarlo dormire sul divano, convivendo in tre con il nuovo ragazzo di lei. Gatis non viene ascoltato come vorrebbe e non avendo un posto in cui stare fa ritorno nella casa in campagna della sua famiglia, ormai disabitata, dove un dolore struggente lo sta aspettando nella più mostruosa delle forme. Potrà aiutarlo un nuovo psichiatra, una sciamana, una nuova amica o semplicemente nessuno?

Despair in soli 74 minuti ci offre una finestra sulla depressione interessante e, a suo modo, originale. Attraverso una narrazione intima, con frame dai colori caldi e scenografie desolate, un sonoro disturbante simula l’acufene e ci sincronizza con il vuoto dentro Gatis. La fotografia (Martins Jurevics) sembra abbracciare l’animo del suo personaggio, volerlo accogliere in un posto che Gatis non trova, perché ogni cosa è fuori posto, lui è fuori di sé e fuori dal mondo, un mondo che non riesce a vedere nel modo giusto ed è disordinato come la casa dove ha fatto ritorno.
Karlis Lesins tocca un tema difficile con prudenza e umiltà, lasciando parlare più le immagini e le espressioni del suo ottimo attore protagonista, abbandonando trame e narrazioni che avrebbero potuto intraprendere percorsi diversi. C’è un protagonista fragile su cui concentrarsi e una sceneggiatura solida e ricca lo schiaccerebbe soltanto, quindi Lesins lascia che i percorsi narrativi si sbriciolino, perché l’occhio della telecamera sia puntato sulla fragilità di questo essere umano malato, solo, impaurito, confuso, incapace di affrontare la depressione con i suoi peggiori sintomi.
L’occhio di Lesins è estremamente empatico, la tenerezza della sua regia vuole mostrare tutto l’affetto per soggetto e personaggio, influenzando il suo pubblico, invitandolo alla comprensione, facendogli condividere parte di ciò che Gatis sente. Tra sequenze dolorose e deliranti, la bella fotografia ammortizza parte del dolore esposto, lasciando poi spazio a piccoli spiragli di speranza, di umanità. Quelli che sembrano percorsi narrativi lasciati incompleti e superficiali diventano segnali, esperienze da interiorizzare per il nostro protagonista che segue i passi di un percorso di autoguarigione.

Presentato al Torino Underground Cinefest, dalla Lettonia Despair appare come un film privo di coraggio, retto da una sceneggiatura con molti problemi, vero solo se si rimane in superficie. La psicologia insegna che le risposte si trovano nell’inconscio di ognuno, così Lesins inserisce soluzioni nel sottotesto e all’ombra del personaggio di Gatis, tra simboli ed espedienti che vogliono portare l’attenzione alla primordialità, all’infanzia, al passato per esorcizzare ciò che popola il presente. Il culto diventa metafora della terapia psicologica, uno sguardo diverso e innovativo che in parte critica la medicina (la psichiatria), ma è una critica che nasce dal punto di vista per protagonista, dunque non propriamente affidabile.
Un po’ come Joker, Gatis è vittima dell’incuria, intrappolato da silenzi e da bugie dettate per la vergogna verso la sua condizione e in parte dall’inconsapevolezza.
Despair è una pellicola densa di dolore e umanità, opera complessa e ben stratificata che necessita tempo di riflessione, un lavoro interessante e di grandi potenziali, capace di affermare una sua autorialità pur essendo solo il secondo lungometraggio del giovane Karlis Lesins.