Con l’uscita del live action de Il Re Leone appare ormai chiaro che la nuova tendenza di casa Disney di trasporre i propri classici d’animazione in un diverso format continuerà a lungo. La pellicola, infatti, è diventata in breve tempo uno dei migliori incassi dell’anno in tutto il mondo e, in Italia, ha battuto persino Avengers: Endgame, titolo che deteneva precedentemente il record e che è divenuto, a livello mondiale, il miglior incasso di tutti i tempi. A quanto pare il pubblico non è ancora sazio di vedere e (ri)scoprire le storie a cui è legato in una nuova veste, e la Disney ha già annunciato diversi titoli che diverranno ben presto dei live action, fra cui spiccano Mulan, lo spin off dedicato ad una giovane Crudelia De Mon e La Sirenetta con protagonista Hallee Baley, oltre a Maleficent: La signora del male, in uscita già a metà ottobre.

In questo panorama non poteva quindi certo mancare la trasposizione di uno dei film d’animazione più amato di tutti i tempi, Il Re Leone. E dopo varie pellicole con attori in carne ed ossa, la casa di produzione torna a commissionare un film con protagonisti degli animali, ricreati perfettamente in CGI.

Con queste premesse, ci si sarebbe sicuramente aspettati una nuova storia, che in qualche modo giustificasse e rendesse interessante un live action in cui, di fatto, cambia solamente la tecnica adoperata. E invece il regista Jon Favreau, già artefice di una originalissima versione live action de Il Libro della Giungla (2016), qui sceglie la strada della fedeltà all’originale. E, paradossalmente, questo risulta uno dei più grandi difetti del film. La sceneggiatura rimane complessa e sfaccettata come nel film d’animazione, i riferimenti shakesperiani vengono rispettati, i traumi e il percorso di formazione del giovane Simba vengono narrati nei minimi dettagli, ma il risultato non commuove e non stupisce più e vedere dei leoni ricreati in CGI in maniera fin troppo minuziosa e realistica parlare e muoversi come degli esseri umani non restituisce le stesse emozioni del classico del ’94.

Sarebbe stato meglio percorrere una strada alternativa e complementare all’originale, come di recente aveva fatto Tim Burton con il suo Dumbo, che pure presentava, in parte, gli stessi problemi tecnici del Re Leone. Il problema, infatti, è di trovarsi spesso davanti ad un film tecnicamente ineccepibile ma poco emozionante, più simile a un documentario che ad una favola. La scena iniziale, in cui viene ripresa e ricreata la savana, ne è un esempio lampante.

I personaggi restano identici alle proprie copie cartoon e riescono a strappare qualche emozione solo grazie al doppiaggio e alle splendide canzoni, tra cui spiccano, come nel fim d’animazione, le intramontabili Hakuna Matata, Can You Feel the love tonight e Circle of live (fondamentale, quindi, guardare il film in lingua originale).

Riuscita in tal senso è la scelta dei doppiatori principali: Donald Glover riesce ad incarnare perfettamente lo spirito ribelle, ingenuo e scanzonato che Simba mantiene anche da adulto e Beyoncè doppia perfettamente Nala una volta cresciuta, conferendole un piglio coraggioso e deciso e rendendo le scene di canto di forte impatto. Nel “ruolo” di Scar troviamo Chiwetel Ejiofor (12 anni schiavo, The Martian, Love Actually), che riesce ad incarnare perfettamente l’anima oscura e doppiogiochista di uno dei villan Disney più amati e iconici di tutti i tempi, ma che, complice probabilmente anche la sceneggiatura, non mette in risalto l’altro lato del personaggio, quello sarcastico e irriverente, ed uscendo quindi perdente dal confronto con l’inarrivabile Jeremy Irons, voce del film d’animazione. Unica nota forse un po’ stonata la voce di Mufasa, per la quale viene richiamato il doppiatore originale, James Earl Jones (voce anche del cattivo per eccellenza, Darth Vader) perfetto nel ruolo di padre apprensivo e di re forte e sicuro di sè, ma che nel live action finisce con l’acuire il senso “documentario” a causa del suo forte impianto shakesperiano e didascalico. Timon e Pumba rimangono fedeli più di ogni altro personaggio al loro corrispettivo del film d’animazione e a loro viene nuovamente affidato il compito di spalle capaci di stemperare la tensione (non a caso, a doppiare Pumba troviamo Seth Rogen, fra i comici americani più amati degli ultimi tempi).

Da un live action di una favola così complessa ci si sarebbe quindi aspettati molto di più. Dopo Dumbo e Aladdin, le due trasposizioni di quest’anno, la Disney torna sulla strada della fedeltà. E il risultato è una pellicola godibile ma non necessaria, che commuove e fa divertire solamente i nostalgici del film del 1994. Forse la casa di produzione, dopo due progetti molto diversi dagli originali, e con in cantiere live action ad alto tasso di critica (basti pensare alla polemica nata sulla scelta di una Sirenetta di colore), ha deciso di andare sul sicuro lasciando intatto il ricordo di uno dei suoi film d’animazione più riusciti.