Arthur Fleck (Joaquin Phoenix) è un aspirante cabarettista che vive con la madre Penny e si guadagna da vivere lavorando in un’agenzia di clown, trascorrendo le giornate facendo pubblicità per le strade di Gotham City. Nel frattempo, il miliardario Thomas Wayne (Brett Cullen) sta per intraprendere una carriera in politica candidandosi a sindaco. Bastano i primi minuti di film per farci capire il tono che la pellicola intende prendere: i colori e l’allegria delle prime scene si incupiscono e ci presentano uno sconfitto. È la musica stessa a farci intuire che qualcosa si sta incrinando e tutto sembra voler dispiegarsi in una spirale di dolore e angoscia. Nella resa di queste vivide e pulsanti sensazioni va il merito del regista Todd Phillips, anche sceneggiatore del film, e autore della trilogia di commedie Una notte da Leoni, con la quale il film sembra condividere una struttura in cui tanti piccoli frammenti portano, in un crescendo, verso un finale qui elevato all’ennesima potenza. I ricordi sono ancora una volta annebbiati e poco chiari, stavolta non per via di alcool o droghe stimolanti, ma a causa di disturbi neurologici: ci confonde, il regista, perché così è il suo personaggio, che non distingue la realtà dalle sue illusioni.

È la cura nei dettagli che sorprende in questo film: dai colori e la fotografia, che tendono ad esaltare il rosso e il blu, colori della maschera dei clown, al di sopra del grigiore di una Gotham City che è una New York senza anima od empatia; alla musica, che mantiene la tensione lungo l’intero film, esaltando le scene più intense. La cura nei dettagli è soprattutto quella di Joaquin Phoenix. La risata isterica ora urlata, ora soffocata; il falso sorriso che nasconde in realtà sofferenza e odio; il suo modificare il corpo in smorfie e posture quasi disumane. Perfettamente in parte anche Robert De Niro (Murray Franklin), un David Letterman dapprima idealizzato, ma pur sempre personaggio televisivo, che ha come obiettivo principe l’intrattenimento.

La tensione è calibrata in modo fenomenale; crescendo pian piano, si sviluppa in scene che nel complesso risultano impeccabili, a partire dalla sequenza nella metropolitana; esplodendo in un tripudio di violenza che non è solo visiva, e raggiungendo il culmine con la (ri)nascita effettiva del Joker, probabilmente la scena più potente del film.
Phillips ci mette di fronte ad un dilemma, ovvero chi è il vero mostro: una società profondamente classista, un Thomas Wayne che non fa nulla per sanare una città sull’orlo del baratro, oppure il perdente emarginato che diventa mostro a sua volta.

Le citazioni anch’esse si sprecano, non solo alla storia cinematografica dei personaggi
farseschi come il maldestro Charlot, espressamente citato, o alla New York scorsesiana, nonché al materiale dei comics di partenza; ma anche alla trilogia di Christopher Nolan, e in particolare allo spirito di sovversione e lotta di classe che pervadeva Il Cavaliere Oscuro – Il Ritorno, e un “deshi basara” a ruoli invertiti. Citazioni, tuttavia, che non rendono il film di fatto simile ai precedenti lavori che vedevano il Joker tra i protagonisti. Non c’è nulla di cartoonesco come l’ironico Jack Nicholson del Batman di Tim Burton, nè dell’agente del caos Heath Ledger. Allo steso modo, Gotham City non è la Chicago livida e pulita della trilogia di Nolan, ma è appunto una New York sporca, protagonista e spietata, resa anche più incisiva grazie alle riprese aeree e al formato IMAX (notevole anche nelle scene del talk televisivo di Murray Franklin, che rendono la sensazione di assistere ad uno show live). Il Joker di Phoenix e Phillips è una origin story che indaga sulla psicologia del personaggio, sulle ragioni della sua follia e sul turbine di emozioni, che evolvendosi in rabbia e odio hanno dato vita alla nemesi più famosa e più iconica di Batman, e forse dell’intera produzione fumettistica dei Comics americani.