Sorry We Missed You è un bigliettino che viene lasciato dai corrieri inglesi in caso di mancata consegna di un pacco. Un bigliettino insignificante ma che Ken Loach usa come titolo del suo ultimo lavoro per lanciare una riflessione su qualcosa che diamo scontato. Quando noi ci concediamo la libertà di non esserci per la consegna di un pacco, senza lasciare una risoluzione di consegna, sappiamo che danno stiamo facendo alla vita di un lavoratore?

Ricky Turner (Kris Hitchen) è un padre di famiglia della working class che finalmente ha l’occasione di realizzare un sogno: lavorare in proprio come corriere per un’importante ditta di consegne. La crisi economica globale ha privato la sua famiglia della possibilità d’acquisto di una casa, ma Ricky vede nel nuovo impiego una possibilità: un anno di lavoro di 14 ore per 6 giorni può rendere concreto il sogno di una casa; per farlo però c’è bisogno di un furgone e Ricky spinge la moglie Abbie a vendere la sua auto per poterlo comprare. Abbie (Debbie Honeywood) lavora come badante ad ore, la macchina era per lei indispensabile per muoversi tra i più disparati posti di lavoro, ma l’ha sacrificata per il sogno condiviso con il coniuge anche se la fatica aumenta e allunga i tempi di lavoro. Ricky e Abbie hanno due figli: l’undicenne Liza (Katie Proctor) e l’adolescente Sebastian (Rhys Stone) che non vedono quasi mai, non riuscendo neanche ad arrivare in tempo per la cena. Liza è una ragazzina sensibile e diligente: cucina, lava i piatti e bada al fratello maggiore, un ribelle ed incompreso che si assenta sempre da scuola per disegnare murales con gli amici, comportamenti che finiscono per diventare problematici per il suo futuro, portando tensioni in famiglia.
Lavoro duro, orari stremanti, spese, multe, liti, incomprensioni, rabbia diventano il quotidiano di una famiglia che si trova sull’orlo di una crisi.

Girato in cinque settimane e in ordine rigorosamente cronologico, Sorry we missed you è sintesi perfetta della filosofia di cinema sociale e di denuncia di Loach, regista che ormai si credeva andasse in pensione dopo il successo del toccante Io, Daniel Blake (2016). Che la pensione fosse dietro l’angolo per il regista ottantatreenne era un pensiero anche di Kris Hitchen, il quale si presentò ai provini del film 2016 sperando di avere un’occasione dopo un ventennio di lavoro da idraulico e attitudini artistiche messe sotto chiave. Raggiungendo i quarantanni Hitchen ha avuto l’insperato riscatto di lavorare per qualche produzione televisiva e il suo vissuto lo ha reso perfetto per il ruolo di Ricky, conciliandosi con il bisogno di Loach di lavorare con attori non professionisti.
Il cast regala performances naturali, realistiche e intense; la drammaticità del soggetto trapela poco a poco sui volti, nelle espressioni e sui nervi dei personaggi quanto negli interpreti che brancolano nel buio.

C’è tenerezza in Sorry We Missed You e ci sono esplosioni di rabbia, l’equilibrio si perde in una nevrosi che contagia l’intero nucleo familiare, caduta vittima della cosiddetta gig economy, un’illusione di indipendenza che sottopaga e non tutela il lavoratore (e in Italia stiamo conoscendo meglio il problema mediante i riders), mortificandolo e sfruttandolo.
La questione gig economy aveva acceso l’interesse di Loach – e del suo fedele sceneggiatore Paul Laverty – dai tempi di Io, Daniel Blake, avvicinando i due agli addetti del settore per raccogliere informazioni. Sviluppare un lavoro realistico ha impiegato molto tempo e molte testimonianze, confluendo poi in una sceneggiatura solida e densa di pathos.

Le candidature ai BAFTA e ai British Independent Film Awards non hanno premiato il film (e nel particolare Laverty e Hitchen), accolto con discreto interesse anche dalla critica internazionale, fregiandosi giusto del Premio Magritte 2020 in qualità di Miglior film straniero in coproduzione. Discordante però è stato il giudizio del pubblico che dal Festival Internazionale del Cinema di San Sebastián ha premiato Sorry We Missed You, non un caso singolare e limitato al pubblico basco, in quanto anche in Italia – a gennaio – nel ricco periodo delle più attese produzione nostrane e internazionali, la nuova opera di Loach e Laverty ha incassato nel suo primo weekend 428.000 euro e, in totale, un milione e mezzo di euro.
La crisi economica globale, il precariato, l’importanza dei franchise e le conseguenze dettate dal sogno illusorio di essere “imprenditori di se stessi”, sono pane quotidiano per un vasto pubblico che meglio può entrare in empatia con questa denuncia cinematografica. Loach è consapevole di non poter cambiare l’economia e smuovere le sensibilità politiche, ma mediante Sorry We Missed You si prefigge lo scopo di diffondere consapevolezza.
Il cinema di Loach e Laverty continua a raccontare realtà problematiche con serietà e preparazione documentaristica, curando con scrupolo gli aspetti cinematografici che non sono mai secondari, perché per Loach il cinema è chiaramente una missione che ha bisogno di credibilità sotto ogni aspetto.
Sorry We Missed You non solo è un lavoro nato dall’amore per il cinema, non è solo un messaggio, ma è un’arma. E colpisce direttamente al cuore del suo pubblico.