Premessa: per questo articolo, i titoli dei paragrafi sono tratti dalla serie di album “Everywhere at the End of Time” di The Caretaker (James Leyland Kirby). Sebbene il tema principale di questi dischi non sia strettamente legato a quello del film trattato, l’autore della recensione è dell’idea che sia possibile tracciare un collegamento tra le due opere.

It’s just a burning memory

È come se, tornati allo schermo nero dopo i 134 minuti del film, si venisse ricatapultati alla vita reale svuotati e storditi. Tale potere risiede assai raramente in un lungometraggio (specialmente quando si tratta di un lungometraggio targato Netflix, ammettiamolo). Eppure, è ciò che accade con la visione di Sto Pensando di Finirla Qui, uscito qualche giorno fa sulla piattaforma online americana, segnando il ritorno di Charlie Kaufman (qui nella duplice veste di sceneggiatore e regista) a cinque anni di distanza dall’animato e ammirevole Anomalisa. Pezzi di scene si addensano nella nostra mente, cercando di risolvere una pellicola che sembra più un enigmatico puzzle introspettivo e surreale, ideale continuazione del percorso artistico del cineasta Premio Oscar per Eternal Sunshine of the Spotless Mind.

Misplaced in time

La voce fuori campo che apre il sipario è quella di una ragazza (una meravigliosa Jessie Buckley), una studentessa di fisica quantistica e aspirante poetessa che sta contemplando di finire la relazione di sette settimane con Jake (Jesse Plemons). I due sono in viaggio per visitare la famiglia del ragazzo nella loro grande casa-fattoria, una dimora immersa nel bianco di una tempesta di neve. Tra una declamazione di una poesia sulle ossa e una chiamata di una invisibile Lucy, scorgiamo scene che hanno come protagonista un bidello (Guy Boyd) intento a lavorare in un liceo.

Appena arrivati a destinazione i due passano per la fattoria, dove Jake racconta di un evento disturbante avvenuto qualche tempo prima: i maiali sono stati soppressi perché completamente infestati dai vermi. Ma fa troppo freddo per parlarne qui: bisogna rientrare per cenare con i genitori del ragazzo. Da qui Kaufman giocherà con lo spettatore, inserendo magistralmente piccoli tasselli di introspezione metafisica, spostando tempo e spazio, illudendo i personaggi e noi stessi. Con l’entrata nella casa inizia la fase più misteriosa e conturbante del film, perché ormai è chiaro che qualcosa che non torna. Tuttavia, definirlo “horror” suona forzato e inesatto. Non ci troviamo di fronte a un film che tenta di spaventare il pubblico, bensì cerca di disorientarlo per non scoperchiare un vaso di Pandora devastante e irreversibile.

I still feel as though I am me

Il dramma psicologico continua, dopo cambi di spazio e di tempo, tra cani senza volto, scale infinite, telefonate continue e vite intere che avvolgono la protagonista, di nome Lucy (o Louisa, o Lucia): i genitori invecchiano e ringiovaniscono, la ragazza rimane la stessa anche se cambia vestiti, Jake si arrabbia con i suoi e li accudisce, provati da demenza e Alzheimer. Cosa sta succedendo? La giostra emotiva a cui è sottoposto lo spettatore lascia spazio a ipotesi di tutti i tipi, mentre Kaufman immerge nell’esistenzialismo i pensieri della studentessa che forse lavora, o forse studia fisica, o forse scrive. Non solo: è anche la mancanza di identità e di originalità uno dei temi portanti della prima parte di Sto Pensando di Finirla Qui.

Denial unravelling

Con il viaggio on the road di Jake e Lucy (o Ames, o Yvonne), che ricorda moltissimo un altro, emozionante viaggio in macchina in Twin Peaks (e la cosa non dovrebbe sorprenderci, dato che David Lynch è sempre stato uno degli autori preferiti di Kaufman), si ha l’impressione che ci si trovi in un sogno nel quale qualcosa si sia spezzato. Come quando il dormiente si rende conto di stare sognando, e il mondo (bianco come la neve) in cui ci si trova sparisce all’istante, così la scena dello sperduto Tulsey Town è un avvertimento, diretto sia a Lucy (o Yvonne, o Cindy) che a chi guarda lo schermo. Non andare avanti. Puoi rimanere qui, fermo nel tempo, e non continuare. Non andare.

Non andare. Ma il cinema va avanti, e Kaufman deve portare a termine l’odissea.

The way ahead feels lonely

Sto Pensando di Finirla Qui tocca numerosi temi e mondi paralleli, vagando in una mente fatta di dolorosi ricordi e tremenda solitudine. È un gioco di riflessi che non sono mai l’oggetto in sé ma l’involucro, riempito di dolore e riposizionato in una dimensione ideale, riscritto e rimanipolato per essere ciò che non è mai stato. Charlie Kaufman propone al pubblico la sua opera più ermetica, ma indubbiamente la più affascinante e sconvolgente: l’inquietudine claustrofobica della cornice retro in 4:3 consente al regista di amplificare i temi del libro di Iain Reid per creare una storia che all’ultimo si rivelerà in tutta la sua devastante fragilità.

Quello che le dissonanze, le incongruenze e le inesattezze tentano di dirci dal profondo sono frammenti di verità indicibili, che sperano di non emergere mai, mescolando le carte il più possibile. Eppure si aggrappano al pubblico, si rintanano dentro di noi e non se ne vanno. Fino alla fine.

Place in the world fades away

Finire. Una sequenza onirica, limpida e cristallina senza più neve, illumina una pellicola che getta la maschera e si mostra per quello che è veramente: una storia straziante e totale, un Kaufman che raggiunge l’apice della sua filmografia, un monumento alla morte nel disarmante caos di memorie e tempo, realtà e finzione, e senza ombra di dubbio il miglior film di questo maledetto 2020. Nonché la risposta all’unica domanda che non dovrebbe mai essere fatta.