In una casa di riposo, Frank Sheeran (Robert De Niro), racconta la sua storia a un interlocutore non ben definito. La narrazione comincia con un viaggio per raggiungere Detroit dove si terrà un matrimonio. Questa traversata in macchina verrà intervallata da numerosi flashback, durante i quali si verrà a conoscenza della nascita dell’amicizia di Frank, detto “l’Irlandese” e Russell Bufalino, un boss mafioso che porterà Frank, camionista veterano della seconda guerra mondiale, a diventare un sicario della mafia. Nella sua vita criminosa, nascosta dietro la maschera di operaio sfruttato, l’Irlandese incrocerà la sua strada col sindacalista Jimmy Hoffa (Al Pacino), che lo porterà a dividerlo su due fronti spinto da due forze ugualmente potenti e distruttive.

In un incrocio narrativo che alterna linee temporali differenti, Martin Scorsese traccia un ampio percorso che suggerisce il suo esito fin dalle prime battute. In un balletto tra passato e presente, tra dialoghi affascinanti e numerosi giochi di guardi, la storia di Frank si presenta come un enorme tributo ai gangster movie con una forte nota nostalgica che accompagna il film per tutta la sua durata.

È probabile che questa generazione di spettatori non sia abituata a una pellicola di così lunga, oltre tre ore e mezza, ma la decisione del regista di non mutilare la propria opera per il timore di suscitare noia è invece una splendida scelta di dare credito agli spettatori, specie quelli di Netflix. Di fatto la scelta di distribuire il film sulla celebre piattaforma streaming risulta una decisione coraggiosa che non può non far riflettere sul futuro della settima arte, soprattutto se a prenderla è un’icona del cinema come Scorsese.

Per quanto riguarda la regia, è impossibile negare la presenza di una mano esperta dietro la macchina da presa. La pulizia nei movimenti di macchina, le carrellate che percorrono i corridoi a tempo di musica, le inquadrature estremamente eloquenti e un ritmo posato ma che mai annoia. Siamo comunque ben lontani dalle atmosfere thriller e i colpi di scena esplosivi tipici di molti suoi titoli celebri. Quello che si vede sullo schermo è uno Scorsese maturo, che non ha intenzione di stupire ma che ha la necessità di raccontare, di infondere una morale che penetri lentamente ma in profondità.

La performance dei protagonisti è ineccepibile. La triade Robert De Niro, Al Pacino e Joe Pesci mostra una sinergia infallibile, con delle interpretazioni elegantemente naturali, anche grazie a dei personaggi che sono cuciti a pennello addosso agli attori. I dialoghi sembrano quasi una parabola profana che si esprime attraverso la voce vissuta degli attori. Lo stesso accento italo-americano usato dai protagonisti è un tributo a un’epoca cinematografica che ha fatto storia, ecco perché sarebbe consigliabile la visione in lingua originale. The Irishman raccoglie un grosso capitolo del cinema Hollywoodiano e lo ripropone in un’epopea che percorre la linea quasi decadentista che ha caratterizzato questo decennio.

Il film dipinge un determinato quadro del mondo del crimine organizzato, ne delinea delle forme che si muovono in una danza fatta di minacce, di metafore pericolose e di violenza, la quale però non è mai esasperata ma fredda e rapida. Tuttavia la vera bellezza del film sta nelle persone che si celano dietro a queste figure minacciose, nei rapporti di amicizia e nei conflitti che dividono l’affetto e il dovere. Frank è un uomo plasmato dal crimine, ne è il prodotto fatto e finito che al crepuscolo della sua vita ne tira le somme. La testimonianza di un sopravvissuto in un mondo che sa essere allo stesso tempo tanto enorme da perdersi che stretto da soffocarsi.