L’automobile è in panne, e Anna (Lucy Kaminsky) e Tyler (Eamon Monaghan) non sanno cosa fare. In loro soccorso arriva però un uomo (Michael “Clip” Payne, membro del collettivo Parliament-Funkadelic), dai toni gentili e disponibili, che li ospita per una notte a casa sua. Durante la serata l’uomo racconta ad Anna una emozionante storia legata alla sua infanzia, talmente bella e toccante che lascerà nella donna un’impronta indelebile che la porterà a continuare l’attività di scrittrice. Tuttavia, mesi e mesi più tardi, si scopre che quello che l’uomo aveva raccontato era, parola per parola, una finzione: una recitazione a pappagallo di un passo di un libro altrui. Per Anna è un tradimento emotivo impressionante, che la lascia nel dubbio e nella rabbia più totale, mentre i suoi amici non sembrano mostrare molto interesse per la vicenda.

Affascinante, seppur monco, questo strano esperimento meta-cinematografico-sociale di Peter Parlow, in cui ci si pone un interrogativo originale su un tema che vede proprio l’originalità come fasulla, ma non per questo meno comunicativa. Se tutto quello che facciamo, tutto quello che siamo, è la copia di un testo, la recitazione di un post condiviso o la ripetizione meccanica di un certo modo di essere animali sociali, cos’è l’originalità? E soprattutto, perché un’emozione fotocopia, anche se efficace, deve essere sminuita per il suo essere fotocopia? Se i dettagli di una fotografia che scuote l’anima sono rimasti intatti, che differenza c’è?

Alla base di The Plagiarists c’è un tema a dir poco profondo e ammaliante, che però risulta riuscito solo a metà: l’esperimento non trova soluzioni e rimane sospeso, come un’idea malnutrita e non supportata. Buone le performance dei due protagonisti, ma ciò non rende il film più godibile. A nulla serve la cornice tecnica del lungometraggio, efficace nel trasportare lo spettatore in una dimensione in bilico tra smartphone a contatto col mondo e videonastri analogici (in pieno stile Dogma ’95), anch’essa affascinante e capace di mostrarsi professionale nella sua presunta amatorialità. La forma c’è e si vede; la sostanza, al contrario, sembra rimasta a uno stadio grezzo, risultando priva di mordente. The Plagiarists pone gli ingredienti sul tavolo, lasciando il compito di cucinarli allo spettatore. Questo può funzionare in alcuni casi, ma forse qui ci voleva una spinta in più. Sarà per la prossima volta.