7 Sconosciuti a El Royale (2018, Drew Goddard)

Nei pressi del lago Tahoe, al confine tra la California e il Nevada, sorge un hotel chiamato “El Royale”. Un “bi-state establishment”, come viene definito dal concierge-tuttofare Miles (Lewis Pullman), l’El Royale ha un passato glorioso – lo dimostrano le numerose foto di personaggi famosi appese ai muri – e un presente triste e squallido. Il silenzio sovrano viene però rotto da quattro persone: il prete Daniel Flynn (il Premio Oscar Jeff Bridges), la cantante Darlene Sweet (Cynthia Erivo), l’addetto alle vendite Laramie Sullivan (Jon Hamm) e la hippy Emily Summerspring (Dakota Johnson). Tutti arrivati nello stesso momento, tutti intenzionati a fermarsi per la notte, ma soprattutto tutti con un segreto da nascondere. Perché in 7 Sconosciuti a El Royale, l’ultimo film di Drew Goddard presentato alla 13° Festa del Cinema di Roma, nulla è come sembra.

C’è una spessa linea che divide a metà l’El Royale. Da una parte c’è la California, dall’altra il Nevada: “warmth and sunshine to the west, hope and opportunity to the east”. Come il cliente deve scegliere da quale parte stare, se usufruire delle slot machines del Nevada o delle stanze della California (che costano un dollaro in più perché… beh, sono in California), anche noi ci ritroviamo, consci del fatto che i segreti sono dietro l’angolo, a prendere una posizione e tentare di scovare il buono e il cattivo, il bene e il male, il bianco e il nero. Ma il regista di Quella Casa nel Bosco sa bene che le distinzioni nette non esistono e che la scelta è solo un’illusione, e quindi mescola tutto insieme in un coloratissimo thriller dalle tinte neo-noir, con repentini colpi di scena, una buona dose di humour nero e violenza pronta a esplodere nelle mani di un brillante cast (inclusi i cameo di Xavier Dolan e Nick Offerman).

Avvolti da un’atmosfera a metà strada tra i fratelli Coen e Quentin Tarantino, i protagonisti faranno di tutto per risolvere i loro dilemmi e trovare la loro strada (anche se questo significherà scavalcare, o persino distruggere quella degli altri). Per certi versi, l’El Royale ricorda molto l’Hotel Earle del meraviglioso Barton Fink: un luogo infetto, marcio, che qui diventa la rappresentazione della fine del sogno americano tra la fine degli anni sessanta e l’inizio dei settanta. Luogo in cui violenza e morte trovano un nido accogliente dove crescere, dove ognuno si trova faccia a faccia con se stesso, di fronte a specchi oltre i quali si nasconde la follia silenziosa dell’ignoto. Con un buon ritmo e un sapiente utilizzo della cinepresa, Goddard ritrae in quattro stanze (o meglio, in four rooms) vita, morte e miracoli di preti, cantanti, hippy e pazzi criminali santoni (Chris Hemsworth, che qui offre una buona performance “negativa” da wannabe Charles Manson, famiglia inclusa), in un densissimo mix di eventi, flashback e illusioni.

7 Sconosciuti a El Royale è sicuramente un lavoro che fa l’occhiolino alle grandi opere pulp del passato. Con l’avanzare degli archi narrativi è evidente l’amore incondizionato per quell’umorismo nero e quella violenza pura (ma non gratuita) che viene interrotta solo dalle performance canore di Darlene, interpretata dalla cantante di Broadway Cynthia Erivo, uno dei personaggi più importanti e incisivi del film. Tuttavia, Goddard mescola il pulp con il pop tipico dei grandi blockbuster americani, spesso focalizzati più sull’estetica che sulla sostanza. La conseguenza di ciò è che alcune sottotrame e sottotesti politico-sociali vanno piano piano a perdersi tra le fiamme, mentre altre, in cui lo spettatore forse non riponeva molta fiducia, acquisteranno sempre più frame sullo schermo. Detto ciò, i bad times intrattengono e divertono, sorprendono in due-tre scene mozzafiato e rendono più che godibile la notte più buia e tempestosa del 1969.

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