Nel 2563 ci sono cyborg di serie A e cyborg di serie B. I primi vivono a Zalem, forse l’unica città sospesa rimasta integra, una moderna El Dorado che rilascia continuamente rifiuti di silicio che vanno a finire nelle discariche della Città di Ferro, abitata dagli strati più bassi della società. Proprio in una discarica il dottor Dyson Ido (Christoph Waltz) trova la testa e il nucleo di Alita (Rosa Salazar), un androide dal viso dolce e gli occhi grandi, ma tuttavia tristi perché senza memoria. Ben presto, Alita si ritroverà non solo a respirare l’aria impura della sua nuova città natale, incontrando il giovane Hugo (Keean Johnson) e aiutando Ido dentro (e fuori) lo studio, ma anche a dover affrontare i segreti e le sfide di un passato che, ad ogni combattimento contro automi e braccatori e ogni partita all’adrenalinico Motorball, tornerà prepotentemente. Perché Alita non è un cyborg qualunque: lei è l’angelo della battaglia, un’umanoide potentissima che farà di tutto per raggiungere il suo scopo.

Ci sono voluti quasi vent’anni di lavoro (e 20 milioni di dollari di budget) per avere nelle sale di tutto il mondo la trasposizione cinematografica di Ganmu, il manga di Yukito Kishiro noto in Occidente come Alita L’Angelo della Battaglia, ma alla fine i produttori James Cameron e Jon Landau e il regista Robert Rodriguez ce l’hanno fatta. Il risultato di questa lunghissima gestazione è una vera e propria esplosione. In due ore circa, lo spettatore viene investito da una raffica di combattimenti magistralmente coreografati, azione mozzafiato e un uso massiccio degli effetti speciali, incorniciati in un’atmosfera cyberpunk sicuramente ben congegnata.

Il problema è che, quando c’è un’esplosione, arrivano anche le schegge. Come Alita è formata da vari pezzi di ricambio, anche la trama di Alita – Angelo della Battaglia sembra costituita di numerosi frammenti di altre storie già viste, leggermente rimaneggiate e incastrate malamente l’una sull’altra, che sovraccaricano l’intero sistema a cui gli elementi sopracitati fanno affidamento. E così ci si ritrova ad essere bombardati di sottotrame superflue, personaggi ininfluenti e scene adolescenziali inguardabili. Il cast non ispirato (Jennifer Connelly interpreta il ruolo blando dell’ex moglie doppiogiochista di Ido, mentre Mahershala Ali ricopre quello del principale antagonista del lungometraggio, Vector, famoso nell’ambiente del Motorball… ma a dirla tutta anche la stessa Alita, personaggio a tratti insopportabile) assesta il colpo decisivo.

Film sportivo? D’amore? Di fantascienza o thriller psicologico? Alita è un po’ tutto, ma soprattutto un po’ niente. Peccato, perché manga e anime cyberpunk degli anni ’90 racchiudono universi profondissimi, ma vederli trasposti in questo modo, privati della loro anima, tagliuzzati e riattaccati in modo così sorprendentemente sbrigativo se si ripensa agli anni di progettazione, è quasi offensivo. Alita – Angelo della Battaglia è un pentolone riscaldato, esageratamente speziato, che è esploso e ha sporcato il soffitto. Un pezzo di ricambio usato e ricondizionato comprato su eBay, ma che appena arriva a casa si mostra con tutti i suoi irreparabili difetti.