Alla fine, eccoci qui. Undici anni di tutto quello che il rinato (a tutti gli effetti) genere dei cinecomics ha portato con sé, risate, sorrisi, pianti, urla di gioia o di terrore, effetti speciali e grande azione hanno portato a questo. Di fatto, Endgame rappresenta un punto. O meglio, un punto e a capo, perché da qui si riparte (quasi) da zero. E non si può più tornare indietro. Ma andiamo per ordine: dove eravamo rimasti?

Nelle puntate precedenti, Thanos aveva vinto. E la cosa non ci dispiaceva più di tanto, perché tanto sapevamo che la vittoria di Thanos avrebbe fatto da trampolino di lancio per quella che senza dubbio sarebbe stata la battaglia cinematografica definitiva, un incredibile regolamento di conti per sconfiggere il Male più assoluto, incarnato da un bestione viola (Josh Brolin) mosso da nobili, ma in fondo crudeli e folli ideali. Questo era Thanos, un Cattivo con la C maiuscola, personaggio complesso, stratificato e indubbiamente affascinante, che ha lasciato un vuoto nel cuore di tutti gli abitanti della terra. Ed è proprio su questo che i fratelli Russo si concentrano nella prima parte di Endgame. L’aftermath del cosiddetto “snap” sono terrificanti: dopo cinque anni nessuno si è ancora ripreso, e gli Avengers sono cambiati – alcuni in meglio, altri in peggio. Ma ci sono tutti: Vedova Nera (Scarlett Johansson), Captain America (Chris Evans), Hulk (Mark Ruffalo). Le conseguenze psicologiche sono le protagoniste della prima ora del film, e sono senz’ombra di dubbio raffigurate in un modo delicato, profondo e toccante che non può lasciare indifferenti. Ma c’è un asso nella manica dei Vendicatori: Ant-Man (Paul Rudd), che lancerà i supereroi – tutti quanti, assembled – verso la rivincita delle rivincite, in un viaggio nello spazio-tempo stratificato, magistralmente coreografato e più che soddisfacente.

In Endgame, esaltazione ultima dell’intrattenimento americano dell’ultimo decennio, è il tempo il vero protagonista. E la sua rappresentazione va oltre lo schermo e punta dritto verso di noi e le nostre lacrime e risate. Non si può non andare con la mente ai ricordi dei primi film della Marvel, come quel primo Iron Man che rilanciò la carriera di Robert Downey Jr., eroe ormai impresso nel cuore della popolazione mondiale (qui in una performance ineccepibile e totale), o alla squadra che abbiamo seguito tutti insieme in mille peripezie, mille colpi di scena e milioni di grandi combattimenti per salvare la terra, l’universo e tutto quanto. Proprio in questo Endgame coglie totalmente nel segno: è un’esperienza che segna, un evento meta-cinematografico e un punto da cui ricominciare, dopo una battaglia che lascia senza fiato. Ciò non toglie tuttavia che ci siano alcuni elementi, in queste tre ore di cinema-spettacolo, decisamente discutibili e talvolta fuori posto, come ad esempio il destino che ha colpito Thor (Chris Hemsworth), personaggio ora ridotto a una macchietta divertente (ma neanche tanto), o anche l’utilizzo di Captain Marvel (Brie Larson) nella vicenda, che appare e scompare a piacimento, senza aggiungere quasi nulla a una storia che presenta alcuni buchi di trama non trascurabili. Ma tutto ciò è normale, se si vogliono comprimere undici anni in un contenitore piccolo, troppo piccolo per una galassia di super-personaggi e super-attori.

Dal lutto gli Avengers si sono riuniti, dal lutto noi ci siamo riuniti insieme, un’altra volta, per celebrare un mondo che ci regala sempre grande intrattenimento USA. Adesso, è tempo di rimettere insieme i pezzi, comprare un altro biglietto e guardare sullo schermo una nuova generazione. Saranno diversi, saremo diversi, ma ne vedremo delle belle.