Il maestro svedese John Ajvide Lindqvist – nome che ormai inquieta Stephen King – ha conosciuto la popolarità con Lasciami Entrare, horror malinconico e agghiacciante che ha trovato fortuna al cinema nella trasposizione di Tomas Alfredson, quanto nel remake americano Blood Story di Matt Reeves.
Lindqvist non scrive semplicemente horror: l’etichetta è davvero banalizzante per uno scrittore dall’immaginario tanto complesso, fatto di storie dove convivono tenerezza e violenza, fantasia e asettico realismo. Border – Creature di Confine è una delle più bizzarre creature letterarie dell’autore, fuoriuscita dalla carta per segnare la celluloide nel film diretto e co-sceneggiato da Ali Abbasi. Il risultato è un film con un weird pride potente, repellente quanto incredibilmente meraviglioso.

L’inquietante e – non ironicamente – affascinante protagonista di Border è Tina (Eva Melander) vigilante alla dogana, con un fiuto letteralmente bestiale è capace non solo di sentire le sostanze all’interno dei badagli, ma anche gli umori e le emozioni delle persone. Questo suo incredibile talento la porta a collaborare con la polizia per un particolare caso, dove non si sa bene cosa si stia cercando, ma è certa che un gruppo di distinte persone siano coinvolte in un affare torbido.
Tina è una freak, sarebbe un fenomeno da circo in altri tempi per il suo aspetto e le sue capacità, tuttavia ha una vita abbastanza ordinaria: un padre in una casa di riposo da passare a trovare; un compagno che l’aspetta quando rincasa; dei vicini amichevoli e colleghi che la stimano e la rispettano. Il passato in cui si è sentita orrendamente diversa sembra essere un lontano ricordo, ha molte certezze, è una donna forte e indipendente, di grande sensibilità e gentilezza, qualcosa che sa chi la conosce o come la volpe nel bosco che spesso si avvicina a lei senza lasciarsi ingannare dal suo aspetto.

Un giorno, alla dogana, il naso di Tina la porta a incontrare gli strani odori di un uomo diverso da tutti: ha qualcosa che le somiglia, una passione per gli insetti e modi profondamente rozzi. Lui, Vore (Eero Milonoff), viaggia spesso e un giorno Tina lo ferma per un controllo. Una perquisizione ad opera di un suo collega porta alla luce che è pulito, ma rivela dettagli molto strani sul suo fisico che la incuriosiscono.
“Cosa sei tu?” chiede Tina a Vore, ma non trova risposta e forse la domanda è più rivolta a se stessa che all’altro. Colpita dall’unicità di quell’uomo così simile a lei, lo cerca e lui si avvicina, qualcosa nasce e il mondo di certezze di Tina inizia gradualmente a incrinarsi.

Presentato al Festival di Cannes 2018, Border è stato insignito del Premio Un Certain Regard, tornando a casa con orgoglio per conquistare i Guldbagge Award (evento cinematografico più importante di Svezia) e farsi notare agli European Film Awards (premio a Peter Hjorth per i migliori effetti visivi). Per poco non è entrato nella rosa dei cinque film in gara come miglior film in lingua straniera agli Academy Awards 2019, ma ha partecipato comunque nella categoria miglior trucco. Niente premio ai talentuosi Göran Lundström e Pamela Goldammer, ma non è certo una mancata vittoria segno di insufficienza: Border è l’opera di uno staff di perfezionisti, capaci di rendere verosimile l’incredibile, lavorando su ogni dettaglio affinché il film avesse una costituzione robusta. Spicca nel corpo cinematografico una sceneggiatura complessa, generosa, avvincente ed estremamente elaborata, una vera tela di ragno in cui lo spettatore al centro – catturato – non può che contemplare con ammirazione la sua architettura.

Abbiamo inneggiato Guillermo del Toro come il sommo narratore di storie immaginifiche, abbiamo messo sul piedistallo La Forma dell’Acqua come racconto principe della diversità, ignorando – forse anche volutamente – le tante ispirazioni del regista messicano al cinema più weird, quello dei b-movie, fatto di maschere, trucchi, mezzi rudimentali, nudità, atti sessuali non vanilla e una vena di nonsense.
Sicuramente Abbasi non è Guillermo del Toro, ma lo sceneggiatore Premio Oscar non ha le capacità di scrittura di un Lindqvist.
L’immaginario hollywoodiano è distante dalle folktale scandivane, quanto il fantastico di Border è profondamente lontano da un immaginario preconfezionato e addomesticato dal cinema americano. Border è un’opera selvaggia, adulta, sgraziata, anticonvenzionale, un inno vero alla diversità come raramente è stato fatto nel mondo del cinema: La Forma dell’Acqua appare a confronto come una manieristica intenzione disneyana di parlare di diversità.
Il confronto può sembrare un paragone aggressivo ma è utile al fine di sottolineare che il cinema europeo – pur avendo valori diversi da Hollywood – non è inferiore anzi, anche muovendosi in campi inusuali riesce a mostrare un’originalità capace di sorprendere. Un’apparente fiaba dark diviene un’opera di autentica – e inedita – bellezza. La materia grezza e brutta – di facile nutrimento per il cinema dell’assurdo e il ridicolo – è rivalutata con Border, diventando poesia metafisica deliziosa e disturbante.