Jong-su (Ah-in Yoo), giovane neolaureato col sogno di diventare scrittore, tira avanti grazie a piccoli lavoretti saltuari a Seoul e vive a Paiju, nella fattoria di famiglia lasciatagli dal padre, uomo taciturno e solitario che deve scontare un anno e sei mesi in carcere per aver aggredito un poliziotto. Un giorno incontra Hae-mi (Jong-seo Jun), sua coetanea che da piccola viveva nella stessa cittadina di Jong-su. I due si frequentano, lui le regala un orologio rosa, lei gli mostra come mangiare un mandarino immaginario: “devi dimenticare che non ci sia”. Hae-mi, ragazza alla ricerca della “Grande Fame”, partirà di lì a poco per l’Africa: dopo aver chiesto a Jong-su di accudire e cibare il gatto Boil, i due fanno l’amore in una stanza dove il sole entra solo di nascosto. Al ritorno dal suo viaggio, però, Hae-mi presenterà a Jong-su il giovane benestante Ben (Steven Yeun).

Da quello che può sembrare a tutti gli effetti un teen movie romantico con una ragazza contesa tra due ammiratori, Burning – tratto da un racconto del 1983 di Haruki Murakami, Barn Burning – si allontana per diventare ben presto un thriller noir con elementi di dramma psicologico. Lee Chang-dong, a ben otto anni di distanza dalla sua ultima opera (Poetry), confeziona un film enigmatico e chiuso, ma indubbiamente affascinante. Questo perché la sua forza risiede nelle menzogne e nei vuoti, nei lunghi silenzi di una generazione in fiamme, nelle domande senza risposta che i tre giovani protagonisti si pongono per tutta la durata del film. Proprio le domande sono il combustibile di Burning: sono tante, sono continue, sono frutto di ossessioni e illusioni. Nei lunghi (interminabili per alcuni, penetranti per altri) piani sequenza ci sono amore, apatia, persino terrore.

Per comprendere Burning e la sua importanza nel panorama del cinema coreano contemporaneo, dobbiamo studiare i tre elementi di questo triangolo. Jong-su non è solo alla ricerca di un soggetto letterario, bensì esistenziale; Hae-mi sostiene di essere andata a scuola con lui e che da piccola l’abbia tirata fuori da un pozzo, ma lui non ricorda nulla di tutto ciò; Ben ha uno stranissimo hobby, e lo racconta mentre sbadiglia. L’apatia e l’incertezza di una generazione sono alla base di questo film, che racconta in modo dolorosamente preciso i loro dubbi avvolti nel nulla. E Lee Chang-dong li mescola con una pletora di temi come il capitalismo, la morte della vita bucolica, le menzogne come modo per inventarsi una vita interessante e diversa, il ruolo delle donne nella società sudcoreana. La danza di Hae-mi spezza il film in due e mostra l’indimenticabile vulnerabilità di una ragazza in bilico tra verità e bugie, alla ricerca di un’emozione pura e limpida, mentre Ben è l’immagine dell’indifferenza di chi ha tutto ma non vuole nulla, di chi trova appagamento solo nel bruciare granai abbandonati. E tra i due troviamo Jong-su, che fa dei silenzi il suo verbo, mentre guarda il resto del mondo scorrere davanti a sé.

Burning riesce a ingannare lo spettatore e trascinarlo in un mistero dalle molteplici facce, in un’opera lontana dai thriller classici ma affascinante e, per certi versi, anche meravigliosamente disturbante. Una pellicola con tantissimi punti interrogativi che spariscono in una nuvola di fumo, ma che lasciano una traccia indelebile. Come terra bruciata.