Detroit, metà anni Ottanta. Siamo lontani dai luoghi della musica jazz-blues, dagli esperimenti techno e dal garage rock, più vicini alla realtà della scena rap rappresentata nell’8 Mile di Eminem e non per musicalità.
Cocaine: La Vera Storia di White Boy Rick ci porta nella periferia di Detroit, allo stadio avanzato di un degrado iniziato negli anni Settanta e che – con l’avanzare del tempo – ha prodotto uno dei più alti tassi di criminalità degli Stati Uniti, diventando culla di delinquenza, dove se nasci bianco o nero non ha poi così importanza se sei povero perché non hai molte scelte per il futuro.

L’adolescente Rick Wershe jr. (Richie Merritt) è uno di quelli che possiamo chiamare white trash, un quattordicenne dal volto acerbo che trova dentro di sé la determinazione di un uomo per cambiare la situazione nella sua famiglia.
Rick vive in una casa disastrata, senza una madre, con una sorella drogata che decide di scappare e un padre (Matthew McConaughey) che non riesce a far andare avanti la “baracca”, a cui sfuggono i suoi cari senza riuscire a fermarli.
Rick ama suo padre nonostante tutto, lo vede arrancare, lo vede fallire, lo osserva di nascosto quando sua sorella Dawn (Bel Powley) fugge via e lui non sa neanche fermarla come un padre dovrebbe. Tutto va a rotoli perché la famiglia “è una cosa fragile”.
Forse avrebbero qualche possibilità di vita migliore lontani da Detroit, come suggerisce Rick, ma suo padre è un inguaribile ottimista: le cose andranno bene dice, apriranno una videoteca e avranno una vita normale, basta mettere qualche soldo da parte con la vendita di armi (senza licenza) e poi tutto si aggiusterà.
Rick non crede alle fiabe come suo padre, non è arrabbiato, ma vuole più di tutti una vita normale e vuole riprendersi sua sorella, non lasciarla consumarsi dalle droghe. Per far si che il suo sogno divenga realtà Rick deve diventare adulto da un giorno all’altro, così si alza un mattino ed entra nel covo dei delinquenti che contano, senza paura vende a 1.000,00 $ due fucili e il suo fegato gli fa conquistare la simpatia della gang che lo battezza White Boy Rick, in quanto unico bianco tra loro.
La vita da gangster non fa per Rick ma è a loro simpatico, per questo entra nel giro di feste ed inizia a conoscere adulti influenti. Gli agenti del FBI li tengono d’occhio, stanno cercando di incastrare il sindaco e per farlo devono prima prendere i pesci piccoli; hanno bisogno di un infiltrato tra loro e chi meglio del nostro Rick?
Rick ha bisogno di soldi ed è al di sopra di ogni sospetto perché adolescente, così quando vede tanto denaro da parte degli agenti accetta di imparare a fare la cocaina e venderla per poter incastrare alcuni boss famosi.

Cocaine è un gangster movie e non lo è, i colori e le atmosfere richiamano al noir, ma non è neanche un noir, c’è azione ma non si può proprio chiamare action movie. C’è una commistione di generi, con prestiti e citazioni, che costruisce l’identità di Cocaine, dovuta non solo ad uno stile molto personale, ma soprattutto al saper conservare la purezza in un mondo criminale.
Il mondo gira velocissimo intorno a Rick, un mondo tentatore, in cui il nostro protagonista si muove con intelligenza, senza negarsi esperienze da adolescente curioso, ma senza neanche scordarsi chi è.  Tra una papera peluche gigante trascinata per strada, i pancakes del nonno (Bruce Dern) che nessuno vuole mangiare, nonne che nascondono pistole nei forni e padri bisognosi di abbracci affettuosi, vediamo come questi momenti siano più forti del degrado che li circonda, quanto più importanti di lusso e feste nella vita di Rick.
Come una montagna russa Cocaine sale e scende tra dramma e commedia, sbattendo l’obiettivo mai fermo contro una realtà disperata, ma senza perdere la calma, negandosi il melodrammatico, perché c’è un’altra via, un altro risvolto.
Un picco di gioia, un plotwist, un dramma che poi risale e si cade; non c’è mai un momento in cui la narrazione sia uguale a se stessa, cambia, sorprende o piuttosto raggiunge i drammi annunciati, ma nel suo continuo evolversi il cuore è sempre lo stesso e in esso trova la sua forza.

Il regista Yann Demange, dopo il suo debutto con lodi per ’71 al festival internazionale del cinema di Berlino, non ha tradito il suo talento con Cocaine, suo secondo lungometraggio.
La sceneggiatura firmata da Andy Weiss, Logan Miller II e Noah Miller pone la basi per una storia che deve essere in movimento, deve scorrere veloce, ma senza mai essere superficiale e si nota soprattutto indugiando su scambi profondi, fatti nelle possibilità linguistiche dei protagonisti.
Demange mette la sua personalità eclettica in frames mai perfettamente perpendicolari; il rapporto tra camera e filmico non si accomoda su una forma definita, le linee geometriche storte, le disposizioni disordinate della scenografia (Stefania Cella), le angolazioni scomode sono sintomatiche alle situazioni e alla vita – segnata – di Rick. Come lui si muove, si muove l’obiettivo, in una sperimentazione che non osa, ma non fa neanche danno.
Il regista ispirandosi un po’ al cinema dei fratelli Coen e un po’ al mondo dei videoclip musicali sembra mischiare troppo, spersonalizzare e pulire di un genere preciso questa storia e una parte generosa di critica ha storto il naso per questo, confusa.
Scomponendo elementi, frammentandoli fino all’essenziale, portandosi dietro ciò che piace esteticamente e contenutisticamente in altri format filmici, Demange riparte dall’essenza e (ri)costruisce qualcosa di nuovo, rivelandosi sensibilmente attento nel raccontare una storia senza retorica, senza caricare ogni scena di colonne sonore drammatiche e silenzi appartenenti ad un cinema troppo impegnato ed elegante. Paradossalmente il risultato finale porta a valorizzare la semplicità, perché è con essa che riesce ad emozionare, lasciando alla recitazione quasi tutti gli aspetti emotivi.

Cocaine segna l’esordio cinematografico di Richie Merritt, un protagonista credibile e a suo modo carismatico il cui talento emerge maggiormente dalle interazioni con il sempre ottimo Matthew McConaughey, il quale richiama un po’ al Ron Woodroof di Dallas Buyers Club. Performances solide, regia di carattere, ma argomenti scomodi hanno inviperito la critica che ha preferito trovare bruttezza in inezie socio-politiche e pubblicitarie, piuttosto che soffermarsi sulla qualità di un racconto sincero e profondo.