Il regista Salvador Mallo (Antonio Banderas) è una leggenda ormai tramontata, la fama un ricordo, il lavoro un sogno. L’uomo soffre di molteplici malattie ed impedimenti fisici: dal mal di schiena all’emicrania, dall’acufene alla disfagia, da diffusi dolori alle ossa e ai muscoli. Il suo costante malessere lo tiene quasi recluso nella sua casa-museo, tra paranoie e depressione che donano all’uomo anche malattie psicosomatiche.
Nonostante le condizioni drammatiche di Salvador si affaccia una novità nella sua vita: in un cineforum verrà presto proiettato in versione restaurata il suo primo film, Sabor, e per l’occasione è invitato a presenziare con l’attore protagonista Alberto Crespo (Asier Etxeandía). Salvador è entusiasta quanto in ansia, ha sentimenti contrastanti al riguardo, ma si carica di determinazione e rintraccia Alberto. Fu proprio Sabor fonte di contrasto tra i due uomini, culminato con la rottura di ogni rapporto e trent’anni di risentimento.
Alberto non è affatto entusiasta della visita del regista, la frattura creata è profonda, ma sarà Salvador con il desiderio improvviso di sperimentare la droga – l’eroina – a creare una nuova possibilità, quanto dargli ispirazione per mettersi di nuovo alla prova.

Dolor y Gloria, ventiduesimo film di Pedro Almodóvar, si rivela un lavoro magistrale dove vi è rinchiuso tutto il rocambolesco mondo del regista valenciano in una forma incredibilmente sobria. Scremato, condensato, catturato all’essenza per distillare il superfluo ma non l’emozione.
Dolor y Gloria è dichiaratamente un racconto biografico molto parziale, ma se gli eventi non coincidono con la storia personale di Almodóvar, sul piano affettivo c’è tutto se stesso: dalla sua Valencia, al suo mestiere, l’amore per l’arte, l’amore per la madre, il rifiuto per la religione, l’accettazione della sua omosessualità. Ci sono riflessioni sentite, dubbi, paure, contraddizioni, la vita di un uomo in ogni sfaccettatura e in lotta con il suo peggior nemico: se stesso.
Questo paladino – affatto impavido – non ha nome Pedro ma Salvador, interpretato dall’amico più caro: Antonio Banderas. Era dal 2013 de Gli Amanti Passeggeri che i due non si incontravano sullo schermo e dal 2011 (La Pelle che Abito) che Banderas non era protagonista di una pellicola del maestro. La reunion si è rivelata felicissima, donando frutti di una maturità e delizia in grado di convincere i palati più difficili, inclusi coloro che non hanno mai ben masticato il cinema di Almodóvar.

La poetica del regista sembra essersi fatta nuova, evoluta, portando le sue radici lontane e fiorendo con grazia; mostrando una pellicola raffinata, incentrata e costretta dal personaggio di Salvador, uomo che vive tra dolori (fisici ed emotivi) e glorie (passate), incapace di andare oltre, ferito dall’impossibilità di ritornare ad abbracciare il suo più grande amore: il cinema. Le ansie di chi gli sta intorno, i ricordi di un passato povero (dove emerge la figura della madre, interpretata da una sempre meravigliosa Penélope Cruz), le insofferenze provate da chi l’ha conosciuto (come Alberto), contribuisco a fare di Salvador un personaggio che vive in modo melodrammatico, carattere però che non influenza in tal senso la narrazione.
Banderas, magro, provato, con sguardo sofferente, malinconico, talvolta assente, dà in Dolor y Gloria quella che potrebbe essere la migliore interpretazione della sua carriera. Salvador nonostante le sue sofferenze, nonostante si mostri stanco, provato, instabile ed entri addirittura nel tunnel della dipendenza da eroina (fumata, non iniettata) è lontano dal viverla nel modo disperato di un Mark Renton (Trainspotting). L’eroina, per assurdo, è lo stimolo che mostra il lato combattivo di Salvador, diventa l’occasione per migliorarsi e un chiave di lettura ironica (e spassosa) del suo mondo, la cui vivacità fuoriesce dalla sua colorata casa, arredata di bellezze artistiche più disparate.
Salvador è un personaggio che si finisce per amare profondamente e il Festival del Cinema di Cannes ha mostrato il suo amore per lui premiando Antonio Banderas per la miglior interpretazione maschile.

Nonostante il profondo coinvolgimento emotivo e biografico – come in film quali La Mala Educación e Volver – il dolore è mediato da una vena autocritica e in parte ottimistica, di un registro da commedia. L’estroso spirito di Almodóvar rimane invece pressoché silenzioso, rilegando all’immagine, alla struttura narrativa e alla musica (premiata anch’essa a Cannes 2019) i colori e la vivacità che lo contraddistinguono da Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio.
L’opera spagnola che respira e matura il suo io da Valencia, nello sviluppo ha un tocco newyorkese che sembra universalizzare il suo tormento, tanto da sembrare un’opera toccata e caratterizzata dal miglior Woody Allen. Ispirazione reale o casuale, questa tragi-commedia composta, dignitosa ed elegante è una testimonianza di crisi identitaria e di mezza età, sensibile alle problematiche contemporanee di cui tutti soffriamo. Non vuole concludersi però con amarezza, rabbia e disfattismo: nonostante questi pensieri vivano incombenti su Salvador (e sulla nostra realtà) la via d’uscita si può trovare per Almodóvar, abbracciando la vita nel modo più onesto.