Anche in una metropoli luminosa e caotica come New York esiste la solitudine. Celata, amalgamata con i led e le insegne sgargianti, tenuta a bada, soffocata, quasi sminuita di fronte alle infinite possibilità e le migliaia di strade che un individuo può percorrere. Però c’è, quando la direzione non è data, quando non c’è un obiettivo, un senso. Frances (Chloë Grace Moretz), cresciuta in una piccola cittadina, adesso vive a Manhattan, in un loft assieme alla sua migliore amica Erica (Maika Monroe). Orfana di madre, con un padre non molto presente, lavora come cameriera in un ristorante di classe, ma la sua vita è incompleta. Senza altri amici né partner, si sente disorientata e sola. Un giorno, tornando dal lavoro, vede in metro una borsa lasciata incustodita su un sedile del vagone. La proprietaria è una certa Greta Hideg (Isabelle Huppert), una vedova che vive da sola in un appartamento con un pianoforte e tanti ricordi (e quei rumori dei vicini, sempre a “ristrutturare casa”). La decisione di riconsegnare la borsetta alla sua legittima proprietaria innescherà un torbido e malsano incubo in cui Greta, decisa ad uscire dal proprio isolamento, si trasformerà in una stalker ossessiva, perfida e follemente maniacale.

A ben sei anni dal suo ultimo film, Byzantium, e dall’alto dei suoi 69 anni pieni di ottimo cinema, Neil Jordan torna dietro la macchina da presa per portare in scena un thriller psicologico che, sebbene non perfetto, sa tenere saldi sulla poltrona e intrattenere lo spettatore con un fascino neo-noir degno di nota. Le tre attrici principali di quest’opera tutta al femminile, il trio MoretzHuppertMonroe, regalano performance genuine che insieme sorreggono efficacemente un tema, quello dello stalking, che sarebbe potuto facilmente cadere preda dei cliché del genere.

La francese Isabelle Huppert, da sempre una garanzia di grande cinema, interpreta il ruolo di Greta, personaggio enigmatico, preda dei propri demoni, stanca del dolore che la “gente”, l’universo al di fuori del suo pianoforte, le infligge. “L’amore ci lascia solo un sogno, un ricordo”. Sadica, inquietante (meravigliosamente terrificante nella scena del “ballo”, che da sola vale il biglietto), lei vuole essere la madre che Frances non ha più, e vuole esserlo a tutti i costi. Il rapporto madre-figlia è profondo e ben diretto, con un ottimo senso geometrico della scena che trasforma ogni luogo in una trappola claustrofobica da cui la giovane protagonista (una eccellente Moretz che già avevamo visto in ruoli horror, come il recente Suspiria di Luca Guadagnino) fatica a fuggire – anche per colpa della polizia stessa, immobile e totalmente inutile. Dall’altra parte, la pragmatica Erica è il personaggio più forte, quello con i piedi per terra, che pur nei momenti di suspense non cede e rimane come un’ancora di salvezza, sia per Frances che per il film.

Nonostante alcune scelte di trama non molto felici e alcuni momenti non abbastanza incisivi come sperato, Neil Jordan porta nelle sale un prodotto altamente godibile, ben diretto, con un ottimo cast e positivamente malato. La Huppert va matta per ruoli amorali e perversi. E noi non potremmo esserne più felici.