Il William McGregor della serie BBC One of Us, ci porta nella campagna gallese della seconda metà dell’Ottocento per raccontarci la folktale gotica Gwen.
La nostra protagonista (Eleanor Worthington Cox) gioca con la sorellina nella brulla campagna; vede gli amici vicini portati via dal colera; ha nostalgia del padre partito per la Guerra in Crimea; si scontra con i nervi a pezzi della madre e sogna di quando giocavano insieme in quegli scenari da sogno, nella loro amata fattoria. Questa è l’acerba Gwen, ancora troppo bambina e legata alla dimensione dell’infanzia, ma costretta a guardare la realtà di un mondo che la esige adulta. L’adolescenza sfiora la sua pelle e si insinua pian piano in silenziosi cambiamenti, prima gentili poi densi di una frustrazione che cresce e la spinge ad imporsi, rivendicando fiducia alla madre (Maxine Peake), con la quale ha un rapporto sempre più turbolento. Non a caso agli occhi di Gwen l’angelo della casa appare più come una strega.

Crescere è difficile per tutti, per una ragazza di due secoli fa lo è ancor più.
La povertà, la guerra, l’emarginazione, le pestilenze accerchiano la casa di Gwen, qualcosa di malvagio vuole entrare nella sua vita. Voci nella notte, patate marce, pecore morte, le urla della madre, un padre che continua ad essere presente solo nei sogni; i turbamenti di Gwen crescono in un’ansia silenziosa e ricca di dubbi che la giovane trasmette allo spettatore. La casa in cui l’adolescente si sente protetta non sembra più essere il luogo sicuro di un tempo, le tre donne sono sempre più sole, isolate, un proprietario di una miniera (Mark Lewis Jones) spinge la madre a vendere la proprietà ma la donna è ferma nel suo non voler andare via.
Gwen capisce e non capisce cosa accade, come ciò che sente quando la notte il vento ulula forte.

Il Toronto International Film Festival ha proiettato in anteprima mondiale Gwen, accogliendolo con emozione ed entusiasmo, incantato dalle scenografie naturali e dalle performance forti e convincenti che si intrecciano a un plot vitale, vibrante e oscuro.
La critica e il pubblico di nicchia possono adorare questo artificio cinematografico quanto può odiarlo un pubblico affezionato agli effetti speciali, in attesa di jumpscare, esigente di definizioni nette. Gwen – nella sua semplicità – è un lavoro di artigianato raffinato, pellicola elegante, che cita e rinnega Lovecraft e Poe, per scavare in qualcosa di più ancestrale. Abbraccia la fiaba per poter strappare il suo corpo e trovarne lo scheletro. William McGregor fa riscoprire la forza intrinseca di una narrativa semplice, arricchendola di suggestioni e stile, creando un corpo stratificato che si muove e cambia, rivelando a poco a poco la sua potenza. La semplicità diventa valore, si rivela stilosa e non banale, l’orrore assume significati diversi, così la natura di un racconto di formazione che concentra in 98 minuti l’essenza dell’adolescenza.

Lasciandosi catturare dall’incantevole fotografia di Adam Etherington (braccio destro stabile di McGregor) si è voluto far accostare Gwen al The VVitch di Robert Eggers, una suggestione dovuta sicuramente alle atmosfere; entrambe le opere si lasciano aiutare da scenografie naturali incantevoli quanto mutevoli e terrificanti, ma ci sono sensibilità, sentimenti, ricerche, storiografie diverse, così come la natura dei due film, uno fatto di materia ambigua per dovere di genere e l’altro libero di giocare sulle ambiguità.
Possiamo lasciarci trarre in inganno da Gwen e affondare i denti su qualcosa di insolito, perché è un corpo ibrido, fragile, ma è anche un lavoro artistico consapevole di essere vulnerabile come un bruco, per questo diventa crisalide nell’attesa di fortificarsi e spiccare il volo in una forma nuova – non straordinaria, non possente – ma elegante come una farfalla.