Pianeta Terra. Anno non meglio precisato di un futuro forse non troppo lontano. Umani in vita: nessuno. Il film si apre con la constatazione della scomparsa del genere umano e con lo sviluppo di uno dei 63.000 embrioni conservati al sicuro in una struttura nascosta. La bambina, nota solo come Figlia (Clara Rugaard), viene cresciuta, educata e istruita da Madre (Rose Byrne, voce), un droide a cui è stato affidato il compito di supervisionare lo sviluppo di una nuova specie umana. La vita all’interno del centro di ripopolamento scorre serena, scandita dal rigido programma educativo di Madre, finché Figlia, diventata ormai una giovane donna, spinta da un’insaziabile curiosità sulle sorti del mondo e non paga delle spiegazioni fornitele dalla sua madre adottiva, decide di avventurarsi fuori dal bunker. La paura e l’esitazione si fanno crescenti e culminano in una scoperta inaspettata: mentre Figlia si accinge ad aprire i portelloni che la separano dal mondo esterno sente una voce che implora aiuto, scoprendo così l’esistenza di un’altra donna, miracolosamente sopravvissuta. L’altra umana (Hilary Swank) diffida di Madre e mette in guardia Figlia, sempre più confusa e spaventata, sostenendo che i droidi siano nemici degli umani.

Inizia così per Figlia un percorso di maturazione che la porterà ad acquisire maggiore consapevolezza di sé e del suo ruolo, in un mondo che in base alle sue azioni potrebbe andare incontro ad una nuova alba o ad un definitivo tramonto. Le emozioni, i sentimenti, i valori morali e l’etica si intrecciano, danzando tra le asettiche mura grigie di un centro di ripopolamento che sebbene possa ospitare al suo interno centinaia di persone ne conta solo una più un droide. Lo spettatore non può che porsi diverse domande, alcune delle quali trovano risposta mentre altre rimangono in sospeso come l’atmosfera angosciante che aleggia sui personaggi trascinandoli in un climax ricco di colpi di scena. Significativa è l’assenza di nomi: Madre, Figlia e Donna, nessuno di loro ne ha uno eppure sono tutte dotate di personalità ben distinte, anzi, in Madre sembra quasi di poter intravedere l’ombra dei sentimenti che, in quanto robot, non dovrebbero appartenerle. Questo racconto, ambientato perlopiù all’interno del centro, sembra voler proporre dei personaggi rivelativi dei loro ruoli: Madre, il droide depositario degli embrioni speranza del genere umano, Figlia, rappresentante di una nuova generazione, e Donna, forse unico membro restante della vecchia.

La musica, anche se appropriata al genere sci-fi, non è del tutto memorabile, ma accompagna il ritmo narrativo e risuona fredda come le pareti del centro. È notevole come pur essendo un film di quasi due ore, con pochissimi scenari, esso non risulti mai noioso, merito della bravura degli interpreti e di un uso sapiente della regia. La giovane Clara Rugaard dimostra di essere all’altezza della parte, simbolo di un’umanità pronta a riprendersi il mondo, altruista, ma intelligente, capace di affrontare le sfide di un ambiente ostile. I Am Mother, film esordio di Grant Sputore, non lascia indifferenti e spinge a interrogarsi sul senso della vita in ogni sua declinazione: per riprendere un famoso quadro di Gauguin ci si chiede “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?” La verità non è univoca e il finale aperto lascia spazio a molte interpretazioni con una sola certezza: per quanto oscuro o roseo, l’umanità ha un futuro.