Le emerocallidi sono delle piante molto particolari: questi fiori infatti sbocciano solo una volta all’anno, per sole ventiquattro ore. I greci le definivano “bellezze di un solo giorno”, proprio a voler sottolineare questa loro peculiare caducità: al mattino si mostrano in tutta la loro bellezza, per poi richiudersi verso sera. Le emerocallidi erano ciò che Earl Stone (Clint Eastwood) sapeva fare meglio: orticoltore di successo, la sua carriera è stata un susseguirsi di premi e tour dei migliori festival floreali. Un uomo che, con il suo fidato pickup, ha visitato ben quarantuno stati su cinquanta, senza mai fermarsi, senza mai ricevere neanche una multa.

Eppure, col passare del tempo, quel “maledetto internet” che non insegna nulla ai giovani d’oggi è riuscito a mandare in bancarotta il suo business, rendendolo l’ennesima vittima della crisi. Nel 2017 Earl è un uomo a pezzi: avendo dedicato tutta la vita al lavoro, la sua famiglia lo ha quasi totalmente allontanato. L’unica che è ancora disposta a sostenerlo, seppur con molta fatica, è la nipotina che sta per sposarsi, Ginny (Taissa Farmiga). Ed è proprio durante una festa pre-matrimoniale che Earl riceve un’offerta da “amici di amici”. Il compito è semplice: portare un pacco dal punto A al punto B. In cambio, un bel po’ di soldi che Stone potrà utilizzare per finanziare matrimonio e studi della nipote, rimettersi in sesto e aiutare gli amici veterani. Ma che è vita è quella di un uomo che per anni ha preferito polka, feste, premi e divertimenti alla famiglia? È la vita di un corriere della droga per il cartello messicano, con tutte le conseguenze del caso.

“El Tata”, Earl Stone, Papi: l’ultimo film di e con Clint Eastwood, che torna nella doppia veste di regista e attore protagonista a ben dodici anni di distanza da quel Gran Torino scolpito nell’olimpo del cinema, è ispirato alla vera storia di Leo Sharp. Raccontata in modo lineare come un tranquillo viaggio in macchina, questa storia tuttavia nasconde elementi più vicini allo stesso Eastwood e alla sua vita – dentro e fuori dal set, che a quella del mulo più vecchio della storia. Viene da pensare che, dietro le corse in pickup, delle indagini del detective Colin Bates (interpretato da un ottimo Bradley Cooper che torna ad essere diretto da Eastwood dopo American Sniper) e l’agente Trevino (Michael Peña), dietro i burrascosi rapporti con l’ex moglie Mary Stone (Dianne Wiest) e la figlia Iris (ruolo affidato proprio alla figlia dell’attore/regista, Alison Eastwood), dietro alcuni divertenti easter eggs (come il Gunny’s Burger) e dietro alla meditazione sulla vita on the road, ci sia un’attenta auto-biografia di un pilastro che si mette a nudo e si mostra così com’è, con tutte le sue imperfezioni ma (soprattutto) i suoi grandi pregi. E Clint Eastwood procede con questa analisi guidando una storia dritta, che non prende sbandate letali né rischia troppo, ma coinvolge al punto giusto e alterna momenti di elevata drammaticità a sprazzi di umorismo politicalmente scorretto (ma mai così necessario). Scritto da Nick Schenk, già sceneggiatore di Gran Torino, quest’opera cresce una corsa alla volta, senza alcuna fretta, ma è densa di scene visivamente ed emotivamente toccanti e performance memorabili.

Il Corriere è la storia (incredibilmente vera, da qualunque lato la si guardi) di un uomo, dei suoi sacrifici e dei suoi rimpianti. Un veterano che canticchia brani country mentre trasporta chili di droga per il cartello messicano, un uomo di pietra che per anni è scappato di fronte ai doveri familiari… ma che è sempre in tempo per redimersi. Ed è normale voler riavvolgere le lancette della vita per evitare gli errori del passato, ma noi siamo ben felici di aver vissuto due ore di vero cinema e fieri di aver visto su schermo, ancora una volta, l’inconfondibile sguardo di un’icona.