Esistono film che, anche se visti e rivisti cento e più volte, fa sempre piacere riguardare. Si tratta di film in cui ogni elemento converge nella direzione più consona e la cui tempestività, in termini di decennio storico contestuale – in questo caso gli anni ’90 -, ne rende cult generazionali, perché quanto mai più descrittivi di fisime, desideri e fantasie di chi, quegli anni, li ha vissuti. È il caso, appunto, di Jumanji (l’originale del 1995), in cui il compianto Robin Williams, dopo i successi di Hook e Mrs. Doubtfire, accompagnato da Bonnie Hunt e due ragazzini (tra cui una giovanissima Kirsten Dunst), sfidava un misterioso gioco da tavolo, così realistico da far materializzare le sue insidie nel modo reale, e viceversa trasportare nella sua giungla giocatori incauti. In un periodo in cui i giochi da tavolo erano ancora parte integrante dei pomeriggi a casa tra amici, in pratica era come un sogno reso su pellicola.

A distanza di ben vent’anni risulta inevitabile, per quanto forse non necessario, un aggiornamento 2.0. I giochi da tavolo sono ormai oggetti quasi in disuso, e occorre trovare forme più appetibili alle nuove generazioni. Jumanji diventa così un videogioco, in grado di trascinare dentro il suo mondo i giocatori, sotto forma degli avatar prescelti in fase di inizializzazione. Ma cosa resta, in tutto ciò, dell’originale film del ’95? Di fatto ben poco, considerando che l’incipit è solo il pretesto per realizzare un film che ricrea in tutto e per tutto le strutture e convenzioni dei videogiochi: i livelli, gli NPC (Non-Playable Characters) e le cut scenes.

Tutto è quindi affidato alla verve comica del cast, e in particolare di Dwayne “The Rock” Johnson, ormai a suo agio nelle commedie action, e Jack Black che è di una comicità fisica ed espressiva micidiale. Ed è davvero quasi solo per il cast che il film si rivela in fin dei conti una divertente e simpatica commedia, che ha davvero poco a che vedere con l’ispirazione originale: dove è finita l’astuzia di avere una continua interazione tra realtà della giungla e mondo reale? Fra misticismo del gioco e concretezza della vita?

Forse invertire i ruoli e ambientare pressoché l’intera storia nel mondo di Jumanji era la sola soluzione possibile: i videogiochi lasciano meno spazio all’immaginazione rispetto ai giochi da tavolo, per cui è più plausibile sognare di essere nel videgioco, piuttosto che derivarne intuzioni verso l’esterno. Ma in un periodo in cui la realtà virtuale è già di più o meno comune diffusione, siamo comunque fuori tempo massimo.

Resta perlomeno un elemento fondamentale del Jumanji originale, ed è l’importanza del gioco di squadra. Ma non è abbastanza per rendere giustizia a un film che ha segnato in maniera così forte l’immaginario di una generazione.