Ad oggi trovare un horror in grado di turbare per la sua consistenza e per ciò che lascia allo spettatore, più che per le tipiche tecniche utilizzate al suo interno, non è una cosa che accade frequentemente. Spesso e volentieri ci si ritrova a guardare prodotti che si ha la sensazione di aver già visto, trame ripetitive e che, troppo spesso, sembrano essere senza sentimento oltre che confezionate a puntino. Questa ripetitività porta ad abituarsi al fatto che una volta usciti dal cinema, o spenta la televisione, il terrore e l’adrenalina siano già spariti dalla memoria. Per questo, ritrovarsi davanti ad un opera così ben costruita e pensata è un piacere per gli occhi e per chi è alla continua ricerca di quell’inquietudine che ti rimane attaccata alla pelle come l’odore di fumo quando accendi il camino. Purtroppo però, come per tantissime altre opere valide, non si è sentito parlare molto di questo film che invece merita un posto nel panorama horror, insieme a tutte le altre produzioni di più ampio pubblico.

L’opera si apre con l’arrivo di Pauline (Mylène Farmer) e delle due figlie, Beth (Emilia Jones) e Vera (Taylor Hickson), nella casa di campagna lasciatagli loro dalla zia defunta, lontane dalla loro vecchia vita. Una casa malandata, piena di cianfrusaglie e oggetti inquietanti, prime tra tutti le numerose bambole di cera alle quali è dedicato il titolo italiano del film: “La casa delle bambole – Ghostland”. Durante il viaggio, le tre si imbattono in un camioncino dei dolci che richiede le loro attenzioni suonando il clacson e affiancandosi alla macchina. Da subito la situazione risulta essere strana: il veicolo è dei più inquietanti e i due passeggeri che si riescono ad intravedere nell’ombra non sono da meno.

Le stranezze per Pauline e le due figlie non finiscono qui e ben presto, senza neanche aver avuto il tempo di ambientarsi nella nuova casa, si troveranno a dover combattere contro i due estranei incontrati durante il viaggio in un home invasion spaventoso. Ogni tipo di informazione in più sulla trama, e soprattutto sulla struttura narrativa scelta dall’autore, rovinerebbe tutto ciò a cui quest’ultimo è riuscito a dar vita con il suo lavoro, sotto molti punti di vista brillante.

Le capacità del regista e sceneggiatore francese Pascal Laugier, che già con “Martyrs” aveva colpito alla perfezione il bersaglio, sono evidenti in ogni inquadratura, come anche il suo modo di intendere l’orrore, sentimento che riesce a ricreare con grande eleganza. Sia i personaggi del camioncino che le protagoniste sono scritti ed interpretati con grande maestria, tridimensionali e peculiari, tanto da permettere allo spettatore di empatizzare con le tre donne ed essere terrorizzati dai due “invasori”.

Questi ultimi, se nell’aspetto ricordano quei film di Rob Zombie dal quale sono state evidentemente ispirate le atmosfere di Ghostland, a partire dalla casa in cui la vicenda ha inizio, nel comportamento e nelle azioni rispecchiano alla perfezione gli incubi peggiori dell’essere umano. Il film non ha paura di mostrare malattie mentali, ossessioni, perversioni e quanto di peggio può essere un individuo, ma riesce a fare tutto ciò senza cadere nel banale, riuscendo a tenere lo spettatore con il fiato sospeso e a lasciare nella sua memoria il ricordo di un inquietudine che lo accompagnerà nel tempo.