Difficile restare in silenzio quando lo schermo della sala torna nero. D’altro canto, in questo caso, sarebbe la scelta più eticamente corretta. È giusto recensire una sessione di terapia? Una controversa auto-analisi come La Casa di Jack, l’ultimo film di Lars Von Trier? Naturalmente, per logica e buon senso, sarebbe obbligatorio (o perlomeno consigliato) esprimere giudizi e opinioni solo dopo aver raggiunto le due ore e mezza di visione, ossia dopo i titoli di coda. Eppure, sia quando la pellicola è stata presentata (nella sua versione uncut) al Festival di Cannes 2018 che in questi ultimi mesi, sono in molti ad aver abbandonato il proprio posto, sputando sentenze, puntando il dito, condannando con parole asprissime l’altrui pensiero. Uno degli ultimi è stato Sandro Parenzo, presidente della Videa, casa distributrice italiana de La Casa di Jack, che si è premurato di compiere una distinzione netta tra Von Trier, autore scellerato, personaggio da detestare, antisemita, misogino e chi più ne ha più ne metta, e la sua ultima opera. Questo perché l’arte è qualcosa di diverso, e la società civile riesce ancora a scindere arte e autore, produzione e persona. Ma la verità è decisamente diversa: questo film è, in tutti i sensi, Lars Von Trier. Forse la sua auto-analisi più sublime, auto-ironica, auto-esegetica, più condannante che celebrativa. A partire da Jack (Matt Dillon).

Ingegnere con la passione per l’architettura, ammiratore di Glenn Gould, ossessivo-compulsivo, serial killer. Incidenti, li chiama. Uma Thurman ha battezzato la carriera artistica di Jack, definito “buono a nulla” dalla donna che gli porge l’arma del delitto su un piatto d’argento: un cric rosso (“jack” in inglese, naturalmente non un caso). Da quel momento, lo scopo dei suoi crimini efferati e violenti sarà inseguire il sublime, quell’apice artistico che è contemporaneamente attrazione e repulsione, perfezione e orrore, e instaurerà una conversazione con Verge (ultima interpretazione di Bruno Ganz, il confine tra la realtà dei crimini e la seconda parte dell’opera) costellata di dibattiti critici e analitici su arte, bellezza, costruzioni di case che non vedranno mai la luce, ricerca della perfezione nell’omicidio, nella morte, nei metodi e nei significati. Come le cattedrali gotiche nascondono grandi dettagli negli angoli più bui, così Jack si lancia in filosofie selvaggiamente grottesche difficili da digerire, sfidando spettatori e puntando il dito verso il buio dei negativi delle sue fotografie.

Il buio è l’obiettivo. La totale assenza di luce, che diventa presenza ingombrante e totalizzante, come un rumore indistinguibile che diventa via via più assordante. Lars Von Trier sa che non può scappare, condannato dai suoi stessi fan come autore maledetto, e allora consegna al pubblico la sua critica più autoreferenziale (con tanto di frammenti dei suoi precedenti lavori), violenta e sferzante (nei confronti della stampa che lo condannò per i suoi fraintendimenti, proponendo più volte filmati di Hitler e dei nazisti, e di chi lo definì misogino), un testamento sregolato della sua sofferenza nel processo creativo. Un processo di cui va assolutamente fiero, che arriva al sublime per poi buttarsi a capofitto nell’oscurità, in un viaggio senza ritorno.