Accusato, processato, condannato, degradato e deportato sull’Isola del Diavolo. Ma Alfred Dreyfus (Louis Garrel) è innocente. La sua unica colpa è stata quella di essere il perfetto capro espiatorio: Dreyfus è un ufficiale di artiglieria ebreo che ha superato il corso della Scuola di Guerra, classificandosi nono su ottantuno studenti, sfondando il muro di antisemitismo che in quegli anni era molto diffuso nell’ambiente militare. È bastato che la sua grafia fosse vagamente simile a quella di un bordereau che svela il passaggio di segreti militari all’Impero Tedesco, per rinchiuderlo per sempre e mantenere intatto lo spirito patriottico dei francesi. Ma Georges Picquart (Jean Dujardin), recentemente promosso a capo dei servizi segreti dell’esercito, scopre la verità e cerca di riaprire un processo svoltosi in modo raffazzonato e sommario, ma destinato a segnare la storia contemporanea.

Anche Roman Polanski alla fine si è deciso a cimentarsi nella riproposizione cinematografica di uno degli avvenimenti storici più importanti a cavallo tra XIX e XX secolo, quello che portò alla nascita del movimento sionista in Europa (grazie a Theodor Herzl) e successivamente, cinquant’anni dopo, alla nascita dello Stato d’Israele. Tuttavia, il regista polacco naturalizzato francese sceglie una prospettiva diversa, concentrandosi principalmente sul punto di vista di Picquart, figura complessa e stratificata, dedita alla ricerca della giustizia ma non priva essa stessa di pregiudizi. L’Ufficiale e la Spia è un racconto lineare e fedele in cui Dreyfus, il condannato che lotta per la propria innocenza, è un puntino lontano che osserva dall’Isola del Diavolo le indagini e le ricerche di Picquart, di cui Polanski non nasconde, nonostante le nobili intenzioni, tutti i pregiudizi e le idee antisemite che circolavano a Parigi, città di cui il nostro protagonista vede i lati più nascosti e ipocriti, accompagnato da un cast d’eccezione tra cui spicca la sempre bellissima Emmanuelle Seigner nella parte dell’amante di Picquart, Pauline Monnier.

Sebbene J’Accuse (questo il titolo originale che si rifà al celebre editoriale di Émile Zola, qui interpretato da François Damiens) abbia dovuto lottare per anni per mostrarsi in tutta la sua meraviglia, ciò non è a causa della sceneggiatura scritta da Robert Harris assieme al cineasta, che è solida ed elegante, come lucide e storiograficamente esatte sono le ambientazioni e le atmosfere di una Francia sorda e tronfia, schiava di un continuo vive la France e pronta a nascondere la sua vera natura dietro processi senza uscita, sotterfugi e alti tradimenti, stavolta veri, non falsi. In poche parole, una copia perfetta e rigorosa della realtà.

Eppure un dubbio si insinua nella mente dello spettatore, incalzato dalle considerazioni dello stesso Picquart: c’è differenza tra falso e copia della realtà? In cosa esattamente questo L’Ufficiale e la Spia spicca, discostandosi dalle innumerevoli versioni cinematografiche dell’Affare uscite finora? Perché Polanski ha voluto a tutti i costi raccontare il calvario di Alfred Dreyfus e consegnare al cinema una pellicola che verrà sicuramente ricordata nei prossimi anni? Che il regista premio Oscar abbia voluto gridare al mondo intero che si sente il Dreyfus dei giorni nostri? Un uomo accusato ingiustamente di aver commesso un crimine efferato, condannato senza possibilità di contraddittorio, etichettato come colpevole per sempre? Se fosse così, l’ultima scena del film sarebbe l’eloquente ciliegina sulla torta di una storia che fa del conflitto tra accusati e accusatori una lotta di cui, probabilmente, non si vedrà mai la fine.