Valerio Le Rose (Mattia Garaci) ha 10 anni. Come tutti i coetanei va a scuola, gioca, inventa amici immaginari. Ma Valerio vive a Roma nel 1976 e suo padre, Alfonso, (Pierfrancesco Favino), noto magistrato, subirà un attacco terroristico al quale il bambino assisterà con occhi innocenti e spaventati, mentre la madre Gina (Barbara Ronchi) pensa che lui dorma ancora.

Il regista Claudio Noce parte da una vicenda autobiografica (Alfonso è ispirato alla sua figura paterna, il vicequestore Noce, che fu oggetto di un attentato da parte dei NAP) per trasfigurarla e raccontarla attraverso la fervida mente del piccolo protagonista.

Più che del fatto di cronaca, infatti, la pellicola narra del modo in cui la famiglia, e soprattutto Valerio, interiorizzano e vivono l’accaduto fra paura, incertezza e voglia di tornare alla normalità. Ed è in questo stato di perenne ma sopita agitazione che fa la comparsa Christian (Francesco Gheghi), un ragazzo di quattordici anni che diverrà (forse) la concretizzazione delle fantasie del protagonista e che lo accompagnerà attraverso un’estate che cambierà per sempre il corso della sua esistenza, vissuta fra i paesaggi brulli e il mare luccicante della Calabria.

Ma il film, nell’ostinata volontà di raccontare la storia ad “altezza bambino” e di inseguire un registro più onirico che realistico, si perde. La confusione fra ciò che accade realmente e ciò che è solo immaginato è talmente grande da inghiottire e rendere quasi irrilevante qualsiasi altro aspetto del film. E nelle circa due ore di pellicola (lunghezza a tratti eccessiva), lo spettatore non può far altro che chiedersi a cosa stia effettivamente assistendo: a un racconto di formazione , a un film sull’elaborazione di un avvenimento traumatico, a un’esemplificazione di quanto possa essere difficile la vita di una famiglia di un uomo sotto scorta? E di domandarsi quale sia il ruolo di Christian: esiste veramente o è il frutto della mente di un bambino che ha bisogno di una figura a cui aggrapparsi nel momento in cui il padre, fulcro del suo mondo, inizia a vacillare?

Il rapporto padre – figlio, infatti, è l’altro grande perno su cui ruota la narrazione. Perchè non ti basto io? Chiede la madre al figlio Valerio. Perchè tu non sei papà.

Alfonso è un uomo del sud, a cui non è permesso manifestare la propria paura o la propria preoccupazione, ma capace anche di momenti di grande tenerezza e amore. Una figura, anch’essa, idealizzata e vista con gli occhi del protagonista, che non riesce a farsi andare bene nessun altro al suo posto. E Favino, nel prestare corpo e voce a questo personaggio, enfatizza questi aspetti e ne restituisce un ritratto (volutamente) statico e immobile. Un’interpretazione molto apprezzata al Festival di Venezia (l’attore è stato premiato con la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile) ma che non restituisce appieno le potenzialità dell’attore, il quale viene da un anno di ottime interpretazioni (su tutte, quelle di Tommaso Buscetta ne Il traditore di Marco Bellocchio e di Craxi in Hammamet di Gianni Amelio).

Ad emergere all’interno del cast sono quindi i due ragazzini, Mattia Garaci e Francesco Gheghi (sebbene anche il personaggio di Christian risulti molto stereotipato). La regia, infatti, si mette completamente al servizio del punto di vista della narrazione e della recitazione dei giovani protagonisti, risultando non innovativa e a tratti troppo “canonica”: continui e ripetitivi primi piani, dettagli dei vari personaggi, moltissime inquadrature dall’alto e campi-controcampi durante i dialoghi. La sceneggiatura si muove nella stessa direzione della regia, cercando di sottolineare, spesso in maniera poco efficace, il carattere lirico e immaginifico della vicenda di cronaca, trasfigurata dalla mente di Valerio.

Una favola cupa ma capace di superare la concretezza della Storia e di mettere in secondo piano la brutalità di uno dei periodi più bui della storia italiana recente. Ma che non riesce a spiccare il volo, rimanendo ancorata all’immaginazione di un bambino. Che, non a caso, si concretizza rimanendo ben salda per terra, attraverso un disegno su un marciapiede che rivela, più di tutto il film, ciò che Valerio ha visto e ricorda.