Nella bella casa della ricca famiglia Park arriva il nuovo tutore d’inglese per la primogenita Da-hye (Jung Ji-so). La padrona di casa (Cho Yeo-jeong) accoglie con circospezione il giovane universitario Ki-woo (Choi Woo-shik), nonostante gli sia stato raccomandato dal predecessore, ora trasferitosi all’estero. Secondo una fascinazione anglofona per l’elité sudcoreana, Ki-woo diventa Kevin, e dopo il successo della prima lezione la mamma di Da-hye non vuole lasciarselo scappare e per lui sono tutti gli onori di casa.
Nella maestosa villa di design nord-europeo, tra le foto di famiglia, la Signora Park ha appeso anche un disegno del figlio Da-song (Jung Hyun-joon), un bambino che considera geniale e portato per l’arte, il quale avrebbe bisogno di una guida sapiente. Ki-woo dice di conoscere una studentessa d’arte amica del cugino, si fa chiamare Jessica (Park So-dam) ed molto richiesta come tutor privata; la signora Park chiede che le possa essere presentata e Kevin porta la ragazza nella famiglia. Dopo la prima lezione Jessica rivela che i disegni del giovane Da-song mostrano segni di un problema psicologico, attuo ad aggravarsi senza le giuste terapie artistiche. Preoccupatissima la signora Park chiede aiuto a Jessica, specializzata nel campo psicologico-artistico: con le sue terapie il problema si risolverà.
I due giovani seducono a poco a poco la famiglia Park, i loro consigli diventano legge, ma in realtà Kevin e Jessica non studiano all’università, non vantano alcun titolo e sono fratelli. Vivono in uno scantinato, mantenuti dai sussidi sociali con padre (Song Kang-ho) e madre (Jang Hye-jin) che, come loro, cercano di vivere di espedienti. La famiglia Park è una benedizione con la sua ingenuità e pian piano, come insetti, i Kim trovano il modo di entrare nella bella casa.

Dopo i successi occidentali di Snowpiercer (2013) e Okja (2017) Bong Joon-ho con Parasite ha conquistato Cannes 2019 aggiudicandosi la Palma d’Oro con concordia unanime della giuria, diventando il primo film coreano a fregiarsi di tale premio.
La kermesse francese non era tuttavia estranea all’estro di Bong Joon-ho: nel 2006 il suo  The Host era tra i film della Quinzaine des Réalisateurs, selezione parallela a quella dei film in concorso. Lì era stato ben accolto dalla critica e nei mesi successivi aveva toccato le sale cinematografiche occidentali, guadagnandosi una popolarità incredibile per un regista coreano che non era Park Chan-wook (Old Boy).
Netflix ha aiutato il regista ad affermarsi con opere in lingua inglese, avvicinandosi al mainstream e a un pubblico più ampio. Il trionfo di Parasite però non è frutto di una formula commerciale, di effetti speciali, invasioni aliene e un cast che vanta una Tilda Swinton o un Chris Evans. Parasite ha un target difficile da individuare, è una storia in trasformazione che va dalla black comedy al dramma, per certi versi scanzonato per altri impegnato, graffiante nelle immagini come nella critica sociale. Trovarsi di fronte a un’opera del genere turba e non tanto per ciò che è mostrato, ma per quello che silente è tra le righe di una storia che può assumere punti di vista e critica diversi.

Parasite si apre mostrandoci subito la casa della famiglia Kim, sotto la strada, dove aprono le finestre alle pompe per la disinfestazione in modo da uccidere gli insetti che vivono con loro. Respirano quel veleno, lasciano che si impregni su cartoni per pizza che dovranno consegnare per avere qualche soldo. Cercano di allacciarsi al wi-fi dei vicini e la padrona di casa si lamenta quando un amico di Ki-woo lo va a trovare e gli porta in dono una pietra anziché del cibo.
Il quadro familiare dei Kim è sgradevole, la loro condizione sociale non riesce neanche a giustificarli: sembrano privati di umanità, degradati a una specie insettivora, sporchi e contaminanti; con le loro bugie e l’atteggiamento che assumono nei confronti del prossimo vivono estranei alla morale, alla legge. Non si parla di bene o male, di una connotazione religiosa della moralità, piuttosto dell’assenza di senso etico e civile che fa dei Kim una sorta di sub-umani, ma è davvero tutto qui?
Attraverso il più giovane componente della famiglia, Ki-woo, troviamo uno spiraglio: lui ha dei sogni, vorrebbe andare all’università per cui non crede neanche sia una bugia spacciarsi per studente universitario. Anzi, Ki-woo è il primo che non vorrebbe accettare il lavoro, ha chiesto un colloquio per un lavoro part-time in pizzeria, dove sarebbe più adeguato, ma la paga che offrirebbero i Park è allettante e potrebbe realizzare il suo sogno: studiare, affermarsi, avere un bel lavoro, una vita dignitosa.
Ki-woo ci offre uno scenario su cui costruire un legame empatico e, data la sua giovane età, ci sembra sottomesso alla mentalità avida ed opportunistica di una famiglia ignorante che non dà valore a nulla se non al denaro.

Parasite sembra voler narrare una storia di miseria – con un certo umorismo – soffermandosi sulle tensioni e i risvolti delle azioni verso la famiglia Park, ricca, ingenua, vittima di questo broglio familiare dalle tinte anche inquietanti.
Non appena conosciamo meglio il signor Park (Lee Sun-kyun) le ingenue vittime non sembrano più rivestire un ruolo positivo, non sono più ‘i buoni’ della pellicola, ma dei personaggi di una realtà più complessa. Ironicamente si potrebbe identificare nella famiglia Park un ruolo di parassiti diversi, attui a camuffarsi in qualcosa che biologicamente e culturalmente non sono: occidentali. Quella della famiglia Park non è solo una semplice fascinazione: vestono in modo occidentale, vivono in una casa in stile occidentale, vitale è per loro parlare inglese (e usano termini inglesi anche nel quotidiano), si fanno portare su un’auto tedesca, mangiano piatti di cucine occidentali, le persone che vogliono accanto preferiscono abbiano nomi inglesi, trattando in modo diverso coloro che hanno avuto contatti con l’occidente.
Piccoli dettagli che sembrano naturali ed universali comportamenti di un processo di globalizzazione si ingigantiscono, facendo dei Park una famiglia che non sembra abbia alcun legame con la Corea.
Parasite diventa una storia che inizia a mostrare la sua complessa stratificazione, dove più avanza la narrazione, più si evidenzia una fragilità d’identità che apre al tema di una crisi identitaria. I Kim si costruiscono nuove identità per sopravvivere, ci prendono gusto, sognano uno status diverso; vorrebbero essere i Park che, a loro volta, vorrebbero andare oltre al loro status e appartenere a un’élite occidentale.

Teatro, scenografia, personalità dominante e silenziosa di Parasite è la casa dei Park.
La sua bellezza sembra crescere pian piano che se ne scoprono i piani, gli angoli, le stanze, così come cresce la tensione e le inquietudini del cast. In essa si muovo parassiti ricchi e poveri, animali miseri per cui è difficile parteggiare, come se le fredde mura assorbissero la bellezza di ogni individuo. La casa sembra viva, complice di segreti, diario di verità nascoste, archivio di storia e storie che strisciano sulla sua superficie.
L’abitazione ci viene presentata come un progetto di design di un famoso architetto deceduto, come se fosse la grande creazione in cui si è incarnato lo spirito del suo creatore. In corso d’opera possiamo sorridere cogliendo il riferimento all’architetto che si palesa silenzioso: esso altri non è che il regista Bong Joon-ho.
Bong permea della sua estetica e della sua autorevolezza la casa; come un architetto usa l’abitazione per esprimere un concetto, il luogo diventa narrazione e sottotesto, ci parla con le sue geometrie e i colori freddi, diventando personificazione del suo autore. Essendo la casa anche teatro, lascia parlare e agire i suoi attori custoditi ed imprigionati in un microcosmo dove tutti sono assoggettati alla grande regia, a un Grande Fratello dove esiste una sola verità, quella del desiderio.
Molti sono i desideri che ci sembra corrano nei frame di Parasite, tra desideri semplici e umani, ambizioni e ricerca dell’impossibile, sogni romantici e sogni economici, ma principalmente i desideri di ogni personaggio finiscono per essere direzionati alla casa. Tale oggetto del desiderio è espressione (e concretizzazione) dei desideri secondari di ognuno: la sicurezza, la manifestazione di uno status, l’apprendimento, la costruzione di un’identità.
Tutto ciò potrebbe portare alla conclusione che Bong con Parasite voglia raccontarci una storia allegorica sull’essere schiavi del desiderio. Ciò può rivelarsi vero, ma solo in parte.

Parasite è opera vitale, complessa, mutevole e di fattura praticamente perfetta.
Ogni evento è inquadrato in modo chiaro, va per il suo percorso narrativo e si mostra forte nella sua base fatta di idee intelligenti e semplici. Impariamo a osservare quelle idee, le vediamo sfumare e poi evolversi, fagocitando come un blob altre idee ed altri personaggi, crescendo imponenti, cambiando registro narrativo. Nulla però è caotico, tutto si dispiega a noi in modo perfettamente chiaro ma – allo stesso tempo – ci porta a vedere i fatti da altre prospettive, si esplorano le potenzialità di una storia che crediamo vada per un verso, fedele a un certo genere narrativo, invece ci troviamo a sorprenderci.
Definire e scomporre ogni elemento diventa difficile, ogni personaggio e evento ha una molteplice chiave di lettura, assenti le verità assolute. Parasite è una storia senza vincitori, senza eroi, ma ricca di personaggi su cui riflettere (e cambiare opinione) per interrogarci su cosa davvero significa essere umani.
Il cinema coreano ci ha abituato a pellicole dure, di contenuti forti, di scelte fuori dalle righe, psicologie disturbate (e disturbanti), scelte tragiche e finalità scioccanti. L’abitudine è brutta e può essere deludente, ma non è necessaria una Trilogia della Vendetta per disturbare. Parasite sembra l’eclissi di una sazia e spenta civiltà – citando i Subsonica – ma come tutte le eclissi dall’oscurità lascia intravedere della luce, penetra, riscalda, arriva il disgelo e ne rivela un’opera magnifica, dove l’occhio non adeguatamente protetto lacrima.