Può un’innocente sfida fra amici trasformarsi in un gioco al massacro? Possono distruggersi amicizie e relazioni decennali semplicemente spiando nel cellulare delle persone che crediamo di conoscere come un libro aperto, o meglio, un telefonino acceso? Sono queste le domande su cui si fonda Perfetti Sconosciuti, pellicola del prolifico regista Paolo Genovese, divenuta un successo planetario che ha dato vita a ben 18 remake in tutto il mondo e candidata a 9 David di Donatello (di cui due vinti, per la regia e la sceneggiatura).

Un gruppo formato da coppie di amici durante una cena decide, quasi come un gioco, quasi come una forma di rassicurazione, di mettere al centro del tavolo tutti i cellulari e di condividere, per la durata della serata, tutto quello che arriverà sui loro dispositivi. D’altronde, quali segreti si potranno mai nascondere? Secondo loro, nessuno, ed è da qui che parte, in un crescendo di situazioni sempre più compromesse e difficili da risollevare, la discesa nella vita “segreta” degli amici, fino a quel momento, più fidati.

Ogni coppia ha il suo passato, il suo presente ed alcuni anche il proprio futuro davanti e tutti, nessuno escluso, qualche piccolo o grande scheletro nell’armadio che permette loro di andare avanti in una vita consolidata e fatta di certezze. Ci sono Eva (Kasia Smutniak) e Luca (Marco Giallini), analista lei e chirurgo plastico lui, che intenti a salvare, con mezzi più o meno superficiali, le vite altrui non riescono a confessare e a confessarsi la crisi del proprio matrimonio, e poi ci sono Lele (Valerio Mastandrea) e Carlotta (Anna Foglietta) che portano avanti stancamente una vita coniugale ormai consolidata in una routine da cui solo il cellulare può aiutare ad uscire e, infine, ci sono i neo sposini Cosimo (Edoardo Leo) e  Bianca (Alba Rohrwacher), catapultata in questo giro di amici come una moderna Alice, che si butta a capofitto nella sfida convinta che nessuno, come lei, abbia nulla da nascondere. Alla cena partecipa anche Peppe (Giuseppe Battiston), l’amico da sempre un po’ schivo, che si mette in gioco un po’ come fanno i serial killer, sperando che gli indizi seminati nel suo cellulare possano parlare per lui e farlo uscire allo scoperto per ciò che è realmente.

Paolo Genovese, dopo film di grande successo come Immaturi e Tutta colpa di Freud, torna a scandagliare l’animo umano, alla ricerca della fragilità più autentica e delle insicurezze più profonde che, in una società sempre di corsa, vanno nascoste sotto una montagna di segreti, che costituiscono la doppia vita di ognuno di noi. Non a caso il sottotitolo del film riporta un verso del poeta Márquez: “Ognuno di noi ha tre vite: una pubblica, una privata ed una segreta”. Secondo il regista queste tre esistenze non possono convivere e si finisce inevitabilmente per soffocarne qualcuna. C’è chi decide di essere davvero un libro aperto e, a costo di vivere in una campana di vetro, si costruisce una vita vissuta alla luce del sole o chi, non potendo o non volendo, guardare in faccia sempre la stessa realtà, si rifugia in una “seconda” vita, virtuale e meno profonda, dove i sentimenti lasciano spazio a giochi con sconosciuti, con i quali, ci si convince, di essere un po’ più liberi. E infine c’è chi vorrebbe che le tre vite coincidessero, perché davvero non ha nulla da nascondere, ma non ci riesce, per colpa dei pregiudizi o semplicemente per paura di essere giudicato.

Il film si regge sulla bravura di un cast ben equilibrato, formato da attori tra i più talentuosi e affermati del panorama italiano. Alcuni portano avanti personaggi simili a quelli già affrontati in precedenza: ritroviamo Edoardo Leo nei panni di colui che non è mai preso troppo sul serio e vive alla giornata cercando espedienti “creativi”, Giallini in quelli del medico impostato e sempre perfetto in ogni situazione e Battiston in quelli dell’amico sempre presente e assennato. Altri si confrontano con ruoli nuovi, come la Smutniak o Anna Foglietta, confermando di essere due interpreti forti e passionali. Anche Valerio  Mastandrea e Alba Rohwacher sono a proprio agio nelle loro parti, che sembrano essere cucite addosso a entrambi.

Altro punto di forza risulta essere la sceneggiatura, calibrata ed equilibrata in ogni singola battuta o dialogo e capace di restituire con forza la tensione e il senso di spaesamento dei protagonisti all’arrivo di ogni nuovo messaggio.

Un film, quindi, per niente scontato e in cui nulla è assolutamente come sembra fino a quando non viene scoperto. La pellicola non perde mai il ritmo fino al colpo di scena finale, in un crescendo di sensazioni che il pubblico vive con i personaggi. Una storia che potrebbe essere vera, fatta di persone fin troppo autentiche, messe in scena con le loro debolezze, le loro paure e le loro colpe, che pesano come macigni nella vita reale ma che in quella virtuale e “segreta” sembrano non trovare spazio. Fino a quando le due vite si scontrano e, come voluto dal regista, si mischiano fino al prevalere soltanto di una delle due, perché, davanti a scelte di comodo, tutto crolla e alla fine ci si ritrova soli. Anche chi fino a quel momento era riuscito a non divenire schiavo del cellulare, per colpa di scelte altrui si trova a fare i conti con la realtà e alla fine, per un innocente gioco, si rischia di rovinare la propria vita. Ma non per il gioco di condividere i propri segreti, bensì per quello di costruirsi una vita segreta in cui illudersi di essere noi stessi, perché, alla fine, forse, è meglio che tutto resti come è sempre stato.