Fine anni ’60. Un ragazzo ed una ragazza si incontrano e si innamorano. Brevi fast-forward ci preannunciano che svariati anni dopo, lei dovrà fargli visita in carcere, ma per ora la vita di coppia sembra scorrere in maniera tranquilla e normale, e con la figlia di lei sono il quadretto di una famiglia felice. L’unico orrore è quello dei notiziari tv, che raccontano di efferati delitti, ai danni di alcune ragazze.
E di un identikit che somiglia in modo impressionante al ragazzo in questione.
Lui è in effetti Theodore “Ted” Bundy, famoso serial killer statunitense realmente esistito, che si macchiò di oltre trenta omicidi di giovani ragazze, in differenti Stati americani. Lei è Elizabeth Kendall (Lily Collins), ragazza madre, attratta dal fascino di un ragazzo come tanti, e autrice del libro “The Phantom Prince: My Life With Ted Bundy” da cui è stato tratto questo film.

Il punto di vista con cui prosegue la narrazione è molto spesso quello della Kendall, che per lungo tempo si era convinta, e non solo lei, dell’innocenza di Ted. Questa scelta rappresenta di fatto uno dei punti di forza del film che, nonostante la conclusione nota, ci porta a dubitare e farci porre domane sulla presunta colpevolezza del criminale. Come se il regista volesse renderci partecipi di una situazione in cui, annebbiati dal fascino e la dialettica di una persona che ci viene presentata senza macchia o disturbi apparenti, anche puntare il dito contro una facile preda – inchiodata da tanti indizi, spesso messi in discussione – sembra rendere noi più colpevoli.

Ci siamo fidati, abbiamo lasciato che ci convincesse con le sue parole e i suoi modi, e ci siamo quasi sentiti in colpa per averlo giudicato a priori. E così abbiamo bisogno di sentirlo dire da lui. Nonostante tutte le prove, nonostante il risultato del processo, dobbiamo vederlo ammettere le sue colpe. E quando succede, nel modo più feroce possibile, risultiamo inorriditi e spaventati: “siamo i vostri figli, i vostri mariti. Siamo ovunque”, diceva Ted Bundy. E la realtà supera l’immaginazione, perché il personaggio è di per sé cinematografico. Il suo processo, ricreato nel film in maniera particolarmente minuziosa, fu il primo ad essere trasmesso in diretta tv, e rivelò le capacità oratorie e di presenza scenica del personaggio: tra i ‘colpi di scena’ del suo processo, persino una proposta di nozze alla sua amica, amante e sostenitrice Carole Ann Boone (Kaya Scodelario).

Protagonisti del processo, nel film, sono Zac Efron, che nell’interpretare il serial killer dal doppio volto rivela tutta la sua maturità attoriale, riuscendo ad ammaliare e ad inquietare a seconda della maschera indossata; e il sempre ottimo e puntuale John Malkovich, che veste il ruolo del giudice Edward Cowart.

Un testa a testa paradossale, con Bundy avvocato di sé stesso, che culmina in una sentenza di condanna a morte per degli atti (e un loro artefice), “estremamente malvagi, incredibilmente cattivi e vili” (Extremely Wicked, Shockingly Evil and Vile), come recita il titolo originale. Ancora una volta, la realtà vince sulla fantasia. Di fatto siamo stati doppiamente ingannati: dall’uomo e dal personaggio.