1984: Gary Hart, senatore del Colorado ed esponente del partito Democratico concorre alle presidenziali americane. Il suo volto e il suo nome sono ancora poco noti, e così la sua corsa termina appena alle primarie. È solo l’inizio di una rapida ascesa politica che lo porta, 4 anni dopo, ad essere il favorito futuro presidente degli Stati Uniti d’America. Le sue qualità di politico, la lungimiranza e la scommessa sulle nuove generazioni (gran parte del suo entourage è fatto di nuove leve ed aspiranti politici), sembrano non concedere spazio ai suoi rivali. Poi, lo Farmigascandalo: la relazione extraconiugale con la giovane attrice e modella Donna Rice diventa di dominio pubblico. Per la prima volta la vita privata di un politico diventa oggetto primario d’interesse per la stampa, nonché discriminante per la scelta del voto.

Le intenzioni di Jason Reitman, autore tra gli altri di Thank you for Smoking e Juno, sono note fin da subito; non intende infatti schierarsi da una parte o dall’altra, bensì porre un semplice interrogativo (dalla risposta tutt’altro che banale): qual è la linea di confine tra ciò che è giusto sapere e cosa no per valutare la bontà di un politico? Quanto possono incidere nella scelta le azioni della vita privata piuttosto che le idee e l’impegno politico?

La riflessione del film sull’istante esatto in cui tutto è cambiato arriva, non a caso, in un momento in cui media e internet sono giudici e giuria di vite e relative azioni sia nell’ambito della sfera pubblica che di quella privata.

Il giornalismo tratteggiato da Reitman non è quel baluardo di verità ed eroismo civile visto ne Il Caso Spotlight e in The Post, bensì è un giornalismo pronto a pedinare una persona per metterla con le spalle al muro, e a pubblicare una notizia senza i dovuti riscontri e verifiche pur di essere in stampa nel momento giusto e con il maggior profitto.

Anche il senatore Hart, attraverso l’ottima interpretazione di Hugh Jackman, è raccontato nelle sue sfumature di luce ed ombra. Da un lato il politico carismatico, in grado di ribattere alle accuse con fermezza ed integrità, mantenendo la dignità con il successivo ritiro dalle presidenziali; dall’altro l’uomo con le sue debolezze, l’aggressività con cui difende la sua privacy e la sofferenza di moglie (Vera Farmiga) e figlia, conseguenza innanzitutto delle sue azioni.

Con il suo non prendere le parti, il film finisce per essere un racconto – abbastanza tradizionale – di un momento storico, che non osa e non riesce ad essere pungente come altre opere del regista (lo stesso Thank you for Smoking è un esempio eclatante). Tuttavia l’interrogativo è – ora più che mai – lecito; e le interpretazioni, non solo del protagonista, ma anche di tutti i comprimari, come la già citata Farmiga, Alfred Molina e J.K.Simmons, lo rendono un prodotto ben confezionato, benché giunto piuttosto in sordina in Italia, nonostante il passaggio al Torino Film Festival. Complice probabilmente un personaggio non propriamente parte della memoria degli italiani, ed una mancata visibilità agli Oscar.