La comunità degli appassionati della cultura fantasy è ben nota per il suo purismo e la poca tolleranza su eventuali superficialità nelle trasposizioni dell’epica di J. R. R. Tolkien. Sta di fatto che quando fu annunciato, Tolkien catturò l’attenzione di una comunità che considera l’autore quasi come un familiare, perciò più che prevedibile che ogni errore non sarebbe stato tollerato, ed è forse la paura di sbagliare che ha privato questo film di qualsiasi volontà nell’osare, nel mostrare o nel coinvolgere.

Un’amicizia epica, un amore immortale e un’ossessione che va oltre il mondo conosciuto: questa è la premessa di Tolkien, un film sulla storia dell’uomo che sta dietro la leggenda del Professore, prima che diventasse l’anziano erudito che fuma la pipa, come lo si conosce nelle immagini presenti nelle quarte di copertina.

Il film del finlandese Dome Karukosi racconta la giovinezza e la formazione di John Ronald Reuel Tolkien (Nicholas Hoult), il celeberrimo autore della trilogia del Signore degli Anelli, Lo Hobbit e padre dell’epica che ha costruito l’immaginario comune del genere fantasy. La vicenda si apre in trincea, in cui un giovane Tolkien sotto le armi che rimembra gli episodi del suo passato. I vari flashback saranno maggiormente incentrati sulla sua formazione letteraria creatasi dai racconti della madre per poi consolidarsi alle scuole superiori, dove incontrerà gli amici con i quali fonderà il T.C.B.S., club letterario segreto dove i ragazzi possono sentirsi liberi di esprimere le loro doti artistiche e che continuerà a vivere anche durante il periodo dell’università.

Presenza importante nei ricordi del soldato Tolkien è Edith Bratt (Lily Collins), amica d’infanzia e donna della sua vita. Buono il casting per ciò che riguarda le somiglianze tra gli attori che rappresentano i personaggi da bambini e quelli da adulti, un dettaglio che viene spesso trascurato anche nelle grandi produzioni. Tecnicamente viene presentata una regia piuttosto pulita, con tagli geometrici in alcune inquadrature, qualche campo-contro campo interessante e un palese amore per l’uso del carrello.

Di tanto in tanto si percepisce un certo “alone fantastico” che si manifesta con sottigliezza, attraverso ombre riflesse sul muro e sagome nella nebbia. Questa idea di “vedo non vedo” del surreale che si palesa davanti agli occhi del protagonista, è un buon espediente per mostrare l’estro creativo di Tolkien ma che purtroppo non si amalgama molto bene con il realismo dell’intera vicenda in quanto risulta, paradossalmente, ben poco reale. Anche nei momenti di maggiore pathos, il film sembra mantenere sempre un certo distacco che va a minare anche i momenti più emozionanti, rendendo il tutto un po’ piatto e manieristico. Tutta la pellicola mantiene una certa freddezza, che non ha niente a che fare con l’austerità britannica, la quale viene invece ben rappresentata nei gesti e nei dialoghi.

Una simile lontananza dallo spettatore la si può supporre dal fatto che non si percepisce un vero e proprio filo conduttore che tiene in piedi la storia. Sul banco abbiamo il club letterario, la storia d’amore con Edith, la passione per la filologia e la guerra in trincea, ma tutti questi elementi sembrano slegati tra loro. Probabilmente a tenere insieme i vari fili dovrebbe essere l’idea della Terra di Mezzo che dovrebbe farsi strada nella mente del protagonista e in parte accade con ombre, suoni e immagini che si figurano di tanto in tanto, ma tali “visioni” sono talmente e blande e poco contestualizzate che risultano solo sporadiche evasioni dalla realtà senza un significato vero e proprio. L’immaginazione e l’amore per la parola sotto ogni sua forma dovrebbe essere la colonna portante di questa narrazione, mentre qui viene ricordato di tanto in tanto che Tolkien ama la filologia e di tanto in tanto gli capita di immaginare dei draghi. L’idea di base della storia è decisamente buona, ma la paura di non osare ha reso il tutto vuoto e superficiale, trasformando un film potenzialmente ottimo, in una visione piacevole ma dimenticabile e decisamente poco pertinente alla grandezza del personaggio che viene rappresentato.

Il problema principale di questa biopic sta probabilmente nel non aver voluto avvicinarsi troppo alla figura di Tolkien. Una distanza forse voluta per non intaccare troppo l’immagine del personaggio preservandone il mito. Ciò che si è ottenuto è invece l’effetto contrario, trasformando così il Tolkien del grande schermo solo in un canovaccio di quella che è effettivamente una vita interessante, ricca di passione e romanticismo, la cui narrazione avrebbe davvero potuto ispirare centinaia di sognatori.