In un supermercato Osamu (Lily Franky) e Shota (Jyo Kairi) sembrano un padre e un figlio qualsiasi che fanno spesa; in realtà stanno svolgendo la loro sessione quotidiana di taccheggio.
Rubato ciò che serviva, l’uomo e il bambino sono sulla strada di casa in una gelida sera d’inverno, continuerebbero indisturbati a mangiare crocchette e pensare a cosa non hanno rubato sulla lista della spesa, ma l’attenzione dei due va a una bambina picollissima ferma davanti l’uscio di casa. La piccola Yuri (Miyu Sasaki) – solo 3 anni – sta aspettando il ritorno di una madre che non sembra arrivare; più volte la bambina è stata vista in attesa della genitrice e Osamu non ha il cuore di lasciarla al buio e al freddo, così la porta con sé.
In casa Shibata – piccola, disordinata, sovraffollata – Yuri vede un padre, una madre con due figli e una nonna energica che cucina e le dà cose buone da mangiare. Dall’angolo della sua visuale vorrebbe entrare in quel quadro povero ma perfetto, anche se le donne di casa più giovani sono preoccupate dalla presenza di Yuri. Esaminandole le braccia si vede una brutta cicatrice ed altri segni, inoltre il silenzio e la fame della bambina fanno suonare un campanello d’allarme, tuttavia – finita la cena – decidono di riportarla a casa sua.
Una volta vicini alla casa sentono le urla della mamma di Yuri: è furiosa, non avrebbe mai voluto quella figlia, è solo fonte di problemi e – scomparendo – ha creato un altro fastidio. Perché farla tornare da una madre che non la ama? Casa Shibata accoglie Yuri nella sua miseria, mentre sorge l’interrogativo: è rapimento?
Per il capofamiglia non lo è: non hanno chiesto un riscatto e Yuri è libera e felice, Yuri li ha scelti.

Hirokazu Koreeda, maestro nel raccontare di legami familiari (Little Sisters; Father & Son), ha conquistato la Palma d’Oro a Cannes con un ritratto familiare complesso ed emozionante. Mentre nel mondo – da Oriente a Occidente – ci chiediamo ancora cosa sia una famiglia, scontrandoci tra tradizione e contemporaneità, Koreeda dà la sua intima, provocatoria e spiazzante risposta con Un Affare di Famiglia (Manbiki Kazoku).
Nel Giappone in cui il sangue è il valore più importante, nel Paese in cui adottare o avere figli al di fuori del matrimonio porta la società a discriminare legalmente forme di famiglia diverse da quella tradizionale, l’opera di Koreeda è una creatura molto più che politica.
Un Affare di Famiglia è un manifesto che con elegante aggressività svalorizza i legami di sangue, li attacca con raffinato nichilismo, fino ad annullarli di significato.
L’occhio innocente e puro di Yuri incarna la tesi di una scelta, di un amore incondizionato da parte di una bambina che sceglie la sua famiglia e la mette su un piano superiore. Per Yuri la famiglia Shibata è l’equivalente della nostrana “famiglia del Mulino Bianco”, si diverte ad uscire (e rubare) col fratellone Shota, a vestire nuovi abiti comprati dalla sua nuova mamma (Sakura Ando), le piacciono i piatti della nonna (Kirin Kiki), le piace giocare col papà e ricevere le attenzioni affettuose della sorellona (Mayu Matsuoka), ma quello che vediamo è davvero un ritratto perfetto?

Se da un lato Koreeda ci mostra la verità inevitabilmente ignorante di una bambina – il cui punto di vista si identifica spesso con quello del pubblico – dall’altro, con paziente lentezza, ci confonde e ci porta verso la verità dell’ambiguo.
La scrittura di Koreeda non ha fretta, si articola lenta, esplorativa, costruendo un soggetto  stratificato e sofisticato, non risolvibile nell’affermazione dell’esistenza di molteplici verità, perché il singolo punto di vista può essere ambiguo, nascondendo i suoi sentimenti nell’inconscio di chi lo vive. La verità è il dubbio. Lo spettatore può risolverlo a suo piacimento, ma la pellicola non offre alcuna certezza se non quella del mostrare la complessità del mondo intimo e quanto in un rapporto con il prossimo convivano forza e fragilità.
Nello scegliere c’è un’affettività, ma anche un distaccamento da altro, si deve convivere con ciò che si è rinunciato, quanto amare quello che si è scelto, anche se imperfetto, difettoso. Ma la scelta può sempre essere lucida e senza dubbi?  Scegliere è anche fare un compromesso (interessato) e il compromesso può anche nascondere qualcosa di più grande nell’armadio.

Il corpo di Un Affare di Famiglia è come una matrioska che una volta rivelate tutte le sue forme fa realizzare quanto spazio si è occupato su una superficie, quanta la prossimità tra le bambole che non sono soprammobili in questo caso, ma burattini di cui il regista tira i fili con magistrale lucidità. Il palcoscenico di questi burattini li porta a muoversi troppo vicini, si accarezzano, si scontrano, dando una claustrofobica sensazione di caos, facendo risultare problematico il rapporto tra soggetto e spazio. Questa problematica è studiata e combattuta dall’occhio cinematografico che segue i personaggi negli spazi talvolta sconfinati, talvolta stretti di un Giappone periferico, povero, lontano dal lusso di grattacieli illuminati. L’obiettivo si rapporta con creatività ad ogni scena, con angolazioni diverse, cercando di allontanare i personaggi dal centro dell’inquadratura – e quando accade, la centralità è fugace. L’immagine filmica apre così al sottotesto forse più provocatorio del contenuto: la realtà è un compromesso tra troppi uomini, la realtà è uno spazio stretto per la singolarità di ognuno.
Problematici sono i personaggi ed i loro rapporti, in quanto problematica è la realtà con i suoi confini (morali, legali, biologici), le sue etichette, le sue esigenze, da cui la famiglia Shibata fugge in parte per esigenza, in parte per protesta, in parte per trovare il suo equilibrio.

Non ci sono formule o una messa in scena melodrammatica studiata per emozionare, Un Affare di Famiglia è totalmente pulito da patetismi sulla miseria e sull’ignoranza; esse sono delle scelte di chi ha deciso di essere parassita e, in quel ruolo, trovare se stessi. Giudicare i personaggi è facile, quanto prendere le loro parti, facendo convivere empatia e ripugnanza, rimandando con i dubbi le domande che si susseguono nel film.
L’alchimia tra i personaggi insinua il dubbio e ci interroga sul piano emotivo, lasciando a un cast unito e formidabile (inclusi i giovanissimi interpreti) il compito di non lasciarci indifferenti davanti a un ritratto umano di terribile onestà, fatto di meraviglie ed orrori.