A volte si dimentica le chiavi, a volte la borsa. A volte si dimentica di portare la figlia a scuola, altre volte di andarla a riprendere. La vita di Susi (Micaela Ramazzotti) è frenetica, un tornado di impegni e difficoltà quotidiane che la fanno girare come una trottola per tutta Roma, tra lezioni di danza a “culone che vogliono dimagrire” e spese al supermercato. A casa c’è Luca (Adriano Giannini), giornalista freelance che sbarca il lunario vendendo articoli che il più delle volte non rispecchiano esattamente la verità delle cose. Ma in fondo, cos’è la verità? È quella di una famiglia che ogni giorno affronta la vita nella periferia romana, fatta di rimpianti, di mutui da pagare e soldi che mancano, ma soprattutto di una bambina, Lucilla (Elisa Miccoli), affetta da una grave forma d’asma, e della cattolicissima ragazza alla pari Mary Ann (Roisin O’Donovan), studiosa irlandese di Storia dell’Arte, per la quale Luca proverà un’attrazione incontrollabile.

Vivere è un frenetico microcosmo di pianeti che si incontrano e scontrano, tra giravolte e cadute, in bilico tra serenità e disperazione. Il problema sopraggiunge quando ci si rende conto che il nuovo film di Francesca Archibugi, presentato fuori corso alla 76ª Mostra del Cinema di Venezia, ritrae una verità esasperata, esageratamente melodrammatica al punto da fare il giro(tondo) e trasformarsi in una ridicola farsa di plastica.

Le pecche sono tante: dal ritmo sincopato dell’intera opera, come se lo stesso Vivere fosse vittima di un attacco d’asma lungo 104 minuti, agli universi chiusi e monocromatici dei singoli personaggi, macchiette stereotipate ripiene di difetti che giocano, senza alcuna convinzione, a saltellare da un problema a un altro, evitando accuratamente di trovare una propria dimensione. Sono pedine su una scacchiera fatta di caselle grigie: non sanno dove andare, si scontrano senza alcuna logica apparente. Alcuni, addirittura, non hanno letteralmente senso. Ed è un vero peccato, anche perché si parla di attori di rilievo nel panorama cinematografico italiano.
Assieme a Micaela Ramazzotti, che per l’ennesima volta interpreta la classica coatta romanaderoma, e ad Adriano Giannini, giornalista immerso nei suoi smarrimenti a senso unico, un tenebroso ninfomane autoreferenziale, nella pellicola troviamo anche un insolito Enrico Montesano in un ruolo forse troppo piccolo per dargli giustizia e il “canaro” Marcello Fonte che osserva in silenzio gioie e dolori dei vicini, un vero e proprio alter-ego della regista (e proprio per questo, tristemente inutile). Attorno a loro ruotano anche la bellissima au pair Mary Ann (Roisin O’Donovan), l’insopportabile pariolino Pierpaolo (Andrea Calligari) e il pediatra Marinoni (Massimo Ghini). Tutti e tre totalmente incoerenti, tutti e tre straordinariamente fallimentari.

La telecamera compie continui zoom avanti e indietro su dei personaggi che non mostrano né alcun interesse, né alcun lato nascosto. La sceneggiatura, scritta dal trio ArchibugiPiccoloVirzì, non solo fa acqua da tutte le parti, ma comprime fino a deformare storie senza capo né coda, riducendole a sequenze di avvenimenti inspiegabili e ridicoli, che spingono lo spettatore a inclinare la testa e sperare che la parola “fine” arrivi al più presto. L’unica che si salva da questo sfacelo è la piccola Lucilla, che soffre assieme al pubblico.

Checché ne dica Francesca Archibugi, Vivere è tutto… tranne la vita stessa. È una continua esasperazione melodrammatica da fiction di RaiUno, un polpettone melenso che ci ricorda in ogni momento che, al contrario del titolo, quelle che vediamo sullo schermo non sono sei persone (Susi, Luca, Lucilla, Mary Ann, Pierpaolo, Marinoni), ma solo personaggi. Sei personaggi in cerca di verità.