Cats è orrendo. Non capita spesso di scrivere o leggere recensioni che partono con una dichiarazione così feroce e netta, vero? Eppure in alcuni, eccezionalissimi casi è bene graffiare immediatamente il lettore. Ma non è per offendere la sua curiosità o allontanarlo per lo spavento. Questa recensione vuole essere un avvertimento, uno di quelli sentiti, uno di quelli col cuore. Anzi: paradossalmente, se vogliamo esagerare, questo articolo vuole essere una dichiarazione d’amore, un sincero ringraziamento a voi, che leggete e vi informate, che sorridete mentre sfogliate le pagine virtuali di questo sito, il cui motto è stato sempre quello di guardare il cinema con occhi diversi, senza pregiudizi né etichette, ma spinti dalla passione pura e incondizionata per la settima arte tutta. E proprio perché vi vogliamo bene, MobyFlick.it ha guardato Cats per voi.

Con occhi diversi, dicevamo. Ci siamo preparati, psicologicamente e materialmente, popcorn in mano, per vedere quest’ultima opera di Tom Hooper che porta nelle sale di tutto il mondo il famosissimo musical di Broadway ideato dal grande Andrew Lloyd Webber con i testi di Thomas Stearns Eliot. Eravamo armati delle migliori intenzioni, davvero. Tuttavia, già i primi secondi di Cats predispongono il setting adatto, quello di un incubo, di un’allucinazione collettiva, un caleidoscopio inquietante di uomini-gatto nevrotici che si muovono su note agghiaccianti che sembrano presagire l’arrivo dei quattro cavalieri dell’Apocalisse. E una vita, la prima, se n’è andata per sempre.

Riproviamo con la seconda e continuiamo l’impresa, ma i nostri volti vengono colti da smorfie di terrore e spasmi, problema che sembra affliggere anche gli attori e ballerini che hanno preso parte a questo disastro: Francesca Hayward, Laurie Davidson, James Corden, Judi Dench, Jason Derulo, Idris Elba, Jennifer Hudson, Ian McKellen, Taylor Swift, Rebel Wilson. Nessuno di questi supera la sufficienza, nessuno di questi coinvolge, nessuno di questi grandi professionisti (in questo caso, sia chiaro) può rendere questo film degno di essere visto. La pellicola semplicemente non sta in piedi e ci crolla addosso e così altre vite ce le siamo giocate, una per ognuno degli innumerevoli problemi di Cats: la regia lenta, non ispirata, che alterna movimenti frenetici e innaturali a lunghi e silenziosi vuoti incolmabili (come vuota è l’anima di chi ha avuto per primo l’idea di rendere Cats un film); le coreografie spezzate e martoriate, impossibili da seguire né apprezzare a dovere a causa dei movimenti delle telecamere; la strumentazione delle musiche, che tolto lo strato dei canti felini si rivela così basilare che sembrano dei file MIDI usciti da un computer con Windows 98; Rebel Wilson; la computer grafica, semplicemente offensiva, roba da appello all’ONU, piena di errori inconcepibili, gatti con le mani da uomo (ciao Renzo Rubino), volti che sembrano appiccicati tramite app cinesi di deepfake; performance ridicole come quella di Idris Elba, uno che era tra i favoriti per diventare il nuovo 007 e adesso grida “miao” mentre sparisce in una nuvola di fumo.

Il punto è che vorremmo sparisse tutto questo. Ma non si può. Allora si cerca di superare il trauma, cercando di vedere il bello di questo Cats, come ad esempio la sempre struggente Memories, qui cantata da una Jennifer Hudson che a volte esagera col sentimento, altre volte si rivela tutto sommato godibile. Ma non basta. Non basta perché è tutto così sbagliato, così rabberciato senza alcuna cura, abbandonato sul ciglio della strada come un povero micio. Cats, il musical, è un’opera che si avvicina a te e ti coccola, ti insegue, ti miagola, e tu non puoi fare altro che guardarla con affetto e meraviglia e accarezzarla, apprezzandola con divertimento. Cats, il film, è un calcio nelle palle.

Rimane un’ultima vita, e si sa, è breve. Cerchiamo di viverla meglio, insieme, condividendo gioie e dolori come un’unica, grande famiglia di Jellicles. E possibilmente, scappando dalla sala prima che sia troppo tardi.