Mettiamo subito alcune cose in chiaro. Clint Eastwood ha superato brillantemente la soglia dei novantun’anni e non ha alcuna intenzione di fermarsi, e questo gli fa onore. L’attore, regista e produttore californiano è ancora oggi uno dei volti più riconosciuti e rispettati del panorama hollywoodiano, e il suo occhio cinematografico non si è mai tradito né venduto. E anche questo lo rende un professionista a tutto tondo, un uomo tutto d’un pezzo che dopo più di sessantacinque anni di carriera, diciamolo, può anche permettersi di fare ciò che vuole senza pensare troppo a critica, budget, attori e così via. In questa cornice dobbiamo inserire Cry Macho, l’ultima sua fatica che per diventare realtà ha dovuto attraversare decenni di rinvii, riscritture e fallimenti: stiamo parlando di un progetto nato negli anni ’70 dalla mente del compianto N. Richard Nash, che finalmente arriva nelle sale (e negli USA su HBO Max) rimaneggiato da un fedele collaboratore dell’ultimo Eastwood, quel Nick Schenk che già aveva firmato i meravigliosi Gran Torino e, più recentemente, Il Corriere – The Mule.

La storia di Cry Macho – Ritorno a Casa vede come protagonista una ex star del rodeo, Mike Milo (Eastwood), un uomo che nella vita ha vissuto gioie ma soprattutto dolori, come la morte della moglie e del figlio in un incidente stradale: un lutto che lo ha portato ad affogare la sua tristezza nell’alcool. Dopo essere stato licenziato dal suo boss, tale Howard Polk (interpretato dal cantautore country Dwight Yoakam), verrà richiamato da quest’ultimo un anno più tardi per compiere un lavoro molto delicato: attraversare il confine tra Texas e Messico per trovare e riportargli il figlio Rafael (Eduardo Minett), un ragazzo complicato immischiato in furtarelli e lotte di galli. Accompagnati da un simpatico pollo che il giovane chiama Macho, ma anche inseguiti dagli scagnozzi della madre (Fernanda Urrejola) e dalla polizia, tra i due nascerà un affetto padre-figlio che mancava in entrambe le loro vite, sullo sfondo di un Messico semideserto dove tutto può accadere… anche trovare nuovi orizzonti.

Inutile girarci attorno, anche perché essere superstiziosi non serve a nulla: sull’orizzonte di Eastwood, inimitabile icona del cinema americano, si vede il crepuscolo di una carriera colma di successi che sono rimasti scolpiti nei cuori dei cinefili di ieri e di oggi (e probabilmente anche di domani). Quindi viene da sé pensare che, se questo dovesse essere il suo ultimo lungometraggio (da attore, da regista, da entrambi), sarebbe un vero peccato. Questo perché Cry Macho manca di molte cose: di carattere, di spina dorsale, di contenuto. Manca anche di una buona scrittura: dispiace vedere Nick Schenk che scrive la sua sceneggiatura peggiore finora, troppo stereotipata e ovvia, troppo lineare e spenta, senza mordente né incisività. Manca anche, nella quasi totalità, un buon cast: il giovane Minett è ancora agli inizi della sua carriera (viene automatico pensare a un passaggio di testimone, come se Cry Macho fosse una staffetta lunga un’ora e quaranta minuti), ma la sua performance è insopportabilmente macchiettistica ed enfatizzata all’estremo (e lo stesso vale per Natalia Traven, l’immancabile interesse amoroso che però in questo caso risulta inverosimile e piuttosto azzardato). Manca anche l’inevitabile sguardo alla realtà: insomma, domare un cavallo selvaggio a novant’anni rasenta il ridicolo, c’è poco da fare.

Certo, non ci si poteva aspettare chissà cosa da un film che ha avuto una genesi così travagliata (ci sarà stato pure un motivo se il soggetto è stato rifiutato più e più volte), però è un peccato che la leggenda californiana abbia compiuto questo passo falso. Bisogna dire che la fotografia di Ben Davis rende questa improbabile odissea gradevole agli occhi, ma è il cuore l’organo che sente meno l’impatto con Cry Macho, complici dialoghi sciocchi, personaggi improbabili e buchi di trama grossi quanto i desertici orizzonti messicani. Ma Clint Eastwood, come quel calabrone che non potrebbe volare ma non lo sa e perciò continua a volare, prosegue nel suo viaggio. E noi gli auguriamo ogni bene.