Se Yorgos Lanthimos è arrivato a dirigere attori del calibro di Colin Farrell, Olivia Colman, Nicole Kidman ed Emma Stone, lo dobbiamo a Dogtooth. Lo dobbiamo noi spettatori perché il corpus cinematografico del regista greco, a partire dagli anni duemiladieci, è uno dei pochi che non smette di sorprenderci e stuzzicare il nostro palato a ventiquattro frame al secondo. Sia chiaro: ci sono stati dei momenti in cui l’estro creativo di Lanthimos sembrava leggermente assopito o adagiato su uno stilema privo di verve (Il Sacrificio del Cervo Sacro è forse l’anello più debole di questa collana di opere). Ma per il resto non si può negare che il ragazzo ci sappia fare, e anche tanto. Ora, tralasciando il dimenticabile lungometraggio d’esordio, O kalyteros mou filos – una commedia sempliciotta in cui Lanthimos era più che altro un co-regista – e Kinetta, in cui affina tecnica e visione seppur con un risultato piuttosto mediocre, nel 2009 è il turno di Dogtooth, aka Kynodontas. È con questo film che il cinema greco si rende conto di avere tra le mani un nuovo, promettente cineasta.

C’è una casa che è il mondo. Circondata da alberi e cespugli, con un enorme giardino, una piscina e numerose stanze per tre figli (Angeliki Papoulia, Mary Tsoni e Hristos Passalis), una madre (Michele Valley) e un padre (Christos Stergioglou). Il resto non esiste. Non esiste mare, non esistono autostrade, né città o montagne. L’esterno è ignoto e pericoloso, rimanipolato per essere digerito in comode cassette audio che i figli possono ascoltare in casa. Il mare è una sedia di pelle. L’autostrada è un vento molto forte. Questo è l’universo “addomesticato” che il padre ha creato per i propri giovani eredi senza nome, per offrire un luogo sicuro in cui crescere, in attesa che cada un dente canino, segnale di maturità. L’unico istinto umano che il padre garantisce periodicamente a uno dei propri figli è un rapporto sessuale con una donna, collega di lavoro del genitore. È proprio da questa figura esterna che partirà il crollo di questo falso paradiso in terra, scenografia dell’impressionante Dogtooth.

Ci sono voluti undici anni per vedere una distribuzione ufficiale di questa pellicola perversa e affascinante, che vinse il premio Un Certain Regard al 62° Festival di Cannes. Dogtooth è un vero e proprio incubo che penetra nel buio del nostro inconscio, destabilizzante nella sua quotidiana ferocia e glaciale nella sua assurdità, con rimandi chiari al cinema di Michael Haneke e a quel silenzio familiare tipico già visto ne Il Settimo Continente, ma anche al Lars Von Trier più nichilista e distruttivo. Dogtooth è anche primitivo, viscerale: il regista de La Favorita dirige un film che scava nell’istinto umano, nella natura maligna e misantropica di tutti noi. E lo fa partendo da un soggetto che sicuramente non spicca per originalità, ma condendolo di un umorismo nero che conferma la sua visione.

Distorcendo il mondo, pur filmandolo nel modo più autentico e analogico possibile (e senza neanche una vera e propria colonna sonora, amplificando il silenzio desolante della famiglia), il regista greco confeziona un’opera gelida e grottesca su dittatura e totalitarismo, cattività e cattiveria, “giocando” con i suoi personaggi fino alle estreme conseguenze, come uno scienziato alle prese con dei topi da laboratorio. Perché è inutile negarlo: c’è del sadismo in questa pellicola. Ma il fatto di apprezzare un esperimento tanto disturbante e ossessivo fa capire che un po’ di sana e genuina perversione non può che fare bene al cinema.