Molly ne ha viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Come ad esempio quel piccolo alieno che è sgattaiolato in camera sua, una notte del ’96 a Brooklyn, la stessa notte in cui ebbe il primo incontro ravvicinato con quegli uomini in nero che segneranno la sua vita per sempre. Ora Molly è l’Agente M (Thessa Thompson), uno degli ultimi acquisti dei Men in Black, pronta per il suo periodo di prova in giro per il globo, inviata dall’Agente O (Emma Thompson) e accompagnata dall’esperto Agente H (Chris Hemsworth), che tuttavia sta vivendo un periodo di crisi professionale. Perché molti affermano che sia cambiato? Non è più l’eroe che ha salvato il mondo sulla Torre Eiffel assieme al suo mentore High T (Liam Neeson)? E soprattutto, con l’avvicinarsi di una nuova minaccia di livello interplanetario, riusciranno a scoprire la verità che si cela oltre le stelle?

Quello che sappiamo è che, per rispondere a questa e altre domande, la Sony ne ha passate di cotte e di crude. Il travagliatissimo iter che ha caratterizzato la realizzazione di MiB: International ha scombussolato quello che sulla carta doveva rivelarsi un nuovo, grande capitolo (reboot, spin-off, nessuno l’ha ancora ben capito) della saga degli uomini in nero, guidato da una carismatica coppia che già in Thor: Ragnarok aveva convinto pubblico e critica. Ed è proprio in questo labirinto di cambi di trama, litigi tra produttori e registi insoddisfatti che il film ha perso buona parte (se non proprio tutta) la verve e lo stile della trilogia originale, diretta da Barry Sonnenfeld e con protagonisti Will Smith e Tommy Lee Jones (due attori completamente diversi ma proprio per questo esplosivi e divertenti), preferendo impuntarsi su una sequela di gag poco riuscite che trasformano la maggioranza dei personaggi in macchiette monocromatiche e monodimensionali. Ma non finisce qui: tra alieni dal design non ispirato (addio, mento pallonio) ed effetti speciali che sembrano usciti da un video di YouTube, ciò che sconvolge di più è il potenziale di questo franchise che viene ridotto a un inseguimento in giro per il mondo, un inseguimento pieno di buchi di trama che non appassiona affatto se non verso la conclusione, quando ci si rende conto che nulla è come sembra e ad essere “cambiato” non è l’Agente H. Ma è uno sviluppo comunque prevedibile, troppo ovvio per una saga che faceva della sorpresa continua il suo orgoglio e la gioia di milioni di spettatori.

Hemsworth e Thompson sono bravi attori, ma qui preferiscono prendere la strada più battuta, quella di due supereroi (con tanto di easter egg per Thor) senz’arte né parte con annesso alieno inutile (Kumail Nanjiani), che da bravi uomini (e donne) in nero eliminano la propria identità e quindi il loro carisma, e con esso tutto ciò che rendeva Men in Black divertente e godibile. Ma la colpa non è loro, bensì di uno script senza ispirazione e rimaneggiato da chissà quante mani, di una produzione travagliata, di una compagnia che ha nelle mani un franchise di successo e che si diverte a produrne remix di dubbio gusto. Vi ricorda qualcosa? Forse un certo reboot soprannaturale che, guarda caso, è stato anch’esso fallimentare? … no, forse ci sbagliamo tutti quanti. Nulla di tutto questo è mai successo. Grazie al cielo esistono i neuralizzatori.