La telecamera capovolge la scena di 180 gradi mentre l’auto viaggia verso una terra inesplorata. Usciti dal fitto bosco, sembra di essere entrati in una dimensione parallela, permeata di luce e gioia. Dani (un’intensa Florence Pugh) ne aveva bisogno. La sua vita è stata stravolta dopo che la sorella, affetta da disturbo bipolare, ha ucciso i genitori per poi togliersi la vita avvelenandosi col gas del tubo di scappamento della loro auto. La crisi pervade anche gli affetti: Christian (Jack Reynor), suo ragazzo da quattro anni, aveva intenzione di lasciarla perché stanco del suo carattere apprensivo e ansioso, ma dopo la disgrazia capitatale ha deciso di restare, conscio che la relazione si avvicina inevitabilmente al capolinea. Proprio per questo, una vacanza di studio-svago in Svezia per assistere alla famosa Midsommar, festa di mezza estate che il villaggio di Hårga – su cui Josh (William Jackson Harper) vuole scrivere la sua tesi di dottorato – celebra con danze e riti alla luce del sole, può essere una pausa dal continuo sgretolamento di relazioni che avvolge i due ragazzi.

Dani, Christian, Josh e Mark (Will Poulter), guidati dal loro amico nonché membro della comunità Pelle (Vilhelm Blomgren), troveranno davanti ai loro occhi un paradiso al di fuori del tempo fatto di balli in cerchio, antiche incisioni su pietre millenarie, riti di ringraziamento alla terra, empatia, condivisione, amore. Ma la verità non è come sembra: il culto di Hårga, benché limpido e quasi accecante, nasconde cerimonie inquietanti che sconvolgono i quattro americani nonché gli altri turisti venuti ad assistere (Simon e Connie, ossia Archie Madekwe ed Ellora Torchia). I membri della comune, dietro una maschera di accoglienza e gentilezza, mostreranno la loro vera natura fatta di puro terrore.

… o forse no? Ciò che Ari Aster (dopo il successo di Hereditary – Le Radici del Male) è riuscito a provocare, con questo Midsommar – Il Villaggio dei Dannati (dannati?), è una spaccatura nel rapporto tra lo spettatore e i protagonisti, con un’opera che presenta un duplice tema perfettamente intrecciato, senza passi falsi. Non solo: Aster, come il culto di Hårga, inganna il pubblico nella prima parte del lungometraggio, spargendo prevedibili jumpscares e quasi porgendo su un piatto d’argento il classico cliché dei “giovani in un luogo sperduto che combattono per la propria vita”. No. L’approccio quasi documentaristico alla comunità (lento ma non stancante, un po’ The Wicker Man e un po’ – ma poco – David Lynch) e ai suoi rituali accompagna la crisi sentimentale di Christian e Dani, con quest’ultima che, ancora sconvolta e inseguita dai demoni delle sue disgrazie, vede in Hårga un luogo dove poter rinascere.

È questa la cosa più inquietante (e affascinante) di Midsommar: questo piccolo villaggio pagano è sicuro. È ricco, è fertile. È vita, dove gioia e dolore si condividono insieme, sempre, a costo di impazzire. È ben lontano dal carattere negativo e ingannevole dell’americano medio, sempre pronto a “conquistare” e distruggere il prossimo (altro tema ben celato dietro i tradimenti tra i protagonisti, l’apatia e la distanza emotiva di Christian, la vigliaccheria e il menefreghismo). Tutto questo è stato superato, tutto questo non esiste più. L’evoluzione della storia disorienta lo spettatore, e rende attraente ciò che non dovrebbe esserlo, disumano l’umano, armonioso l’impensabile.

Ari Aster si conferma uno dei filmmakers più talentuosi e ingegnosi di questo decennio, un cineasta che riesce efficacemente a illustrare l’angoscia dell’essere umano in modi totalmente imprevedibili. Midsommar è allegorico, onirico, allucinante e grottesco, ma senza dubbio un’incredibile boccata d’aria fresca (in tutti i sensi) nel panorama horror contemporaneo.