Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino è uno di quei libri che ha vissuto molteplici vite sin dalla sua stesura, e nel 2019 torna a far parlare di sé grazie alla trasposizione cinematografica di Matteo Garrone, che da tempo aveva in mente di girare una pellicola tratta da una storia per lui molto significativa.

La strada scelta dal cineasta è quella della fedeltà quasi totale al romanzo (viene ridotta solamente la trama per poterla condensare in circa due ore). L’intento quindi è quello di colmare una vera e propria lacuna, poichè nessuna delle versioni più famose della fiaba rispecchiava esattamente quella di partenza: la Disney aveva “edulcorato” il racconto, Luigi Comencini (nel famoso sceneggiato per la TV Le Avventure di Pinocchio) elimina totalmente gli animali antropomorfi e orienta la narrazione nella direzione del realismo, Benigni (nel film da lui diretto nel 2002), tenta di rimanere coerente con il racconto di Collodi ma condanna il suo prodotto ad essere un flop decidendo di interpretare lui stesso Pinocchio, nonostante fosse ormai cinquantenne.

Ma l’operazione del 2019 non risulta ugualmente vincente o necessaria e la pellicola resta in superficie, non scavando a fondo in una storia la cui forza non risiede solamente nella trama. Il fantasy viene declinato e usato per creare una bellissima confezione, vuota e asettica, la quale annoia lo spettatore che conosce già ciò che accadrà nel corso della vicenda. Con un processo analogo a quello de Il racconto dei racconti. E anche la vena autoriale di Garrone, così chiara e riconoscibile nei suoi film più realistici, si perde nell’inseguire una vicenda fin troppo famosa.

Il regista ricrea dal nulla un mondo fiabesco e incantato, girando in alcune delle località più caratteristiche del territorio italiano (Puglia, Toscana, Lazio). I comparti tecnici e le varie maestranze sono curati nei minimi dettagli, a partire dai costumi (Massimo Cantini Parrini), dal trucco (Dalia Colli e Mark Coulier) e dalla scenografia (Dimitri Capuani). La pellicola, infatti, ha vinto numerosi riconoscimenti in queste categorie, sia ai David di Donatello che ai Nastri d’Argento. Anche la scelta di servirsi degli effetti speciali il meno possibile risulta vincente, laddove la commistione degli stessi con “l’artigianato” appare a tratti grottesca (come la scelta di mantenere i volti degli attori su personaggi ricostruiti al computer, ad esempio il Tonno).

Ci si trova, quindi, davanti ad un bellissimo ma statico affresco. Anche la sceneggiatura e il montaggio acuiscono questa sensazione: il filo logico della narrazione si perde e la pellicola procede attraverso tanti piccoli quadri giustapposti, che ricreano le scene principali de Le avventure di Pinocchio e restituiscono il senso generale della vicenda solamente perchè nota a tutti. Un risultato che giustifica solo in parte la scelta di una nuova versione di un classico della letteratura e del cinema.

Oltre ai comparti tecnici, l’aspetto più riuscito del film risulta essere il cast, composto da volti conosciuti che appaiono in vari camei. Benigni, dismessi i panni di un improbabile e ridicolo Pinocchio, abbraccia il ruolo di Geppetto, portando avanti un’interpretazione autentica, genuina ed appassionata. Nell’immaginario collettivo il falegname ha il viso di Nino Manfredi, ma questa lettura del personaggio riesce ugualmente a convincere ed emozionare gli spettatori (e uno dei sei Nastri d’Argento vinti dal film è stato proprio per il miglior attore non protagonista). Massimo Ceccherini (qui nelle vesti anche di co-sceneggiatore) e Rocco Papaleo sono i luciferini e maldestri Gatto e Volpe, mentre Gigi Proietti è Mangiafuoco. Nel ruolo di Pinocchio, il giovane Federico Ielapi, già visto in altre produzioni italiane (Quo vado, I moschettieri del re – La penultima missione).

A Matteo Garrone (vincitore del Nastro d’Argento come miglior regista), quindi, va riconosciuto il merito di aver immaginato ambientazioni e luoghi in cui immergersi e contemplare la bellezza di paesaggi e inquadrature. La fotografia coglie le mille sfumature delle ambientazioni e i tantissimi dettagli di ogni singolo personaggio. Ma può bastare l’estetica per giustificare la creazione di una nuova versione di Pinocchio? O se l’opera di Collodi continua a far parlare di sé anche nel 2020 è probabilmente per il suo messaggio? Il regista non fornisce una risposta univoca. Sicuramente, però, questa versione della storia non rimarrà di certo l’ultima.