Una didascalia chiarisce sin da subito l’ambientazione: Napoli, anni ’80. Ma quest’informazione non è indispensabile per lo svolgimento della trama, che segue uno dei cliché senza tempo del cinema italiano (e non solo): c’è un lui, Aldo, (Luigi Lo Cascio / Silvio Orlando), una lei, Vanda (Alba Rohrwacher / Laura Morante), e un’altra (Linda Caridi). Nel mezzo due figli, Sandro ed Anna, (Giovanna Mezzogiorno e Adriano Giannini nella loro versione adulta), unico motivo per il quale il padre deciderà di tornare a casa, in maniera inconscia e quasi inconsapevole, non essendo in grado di interrogarsi sui suoi sentimenti e su ciò che desidera realmente, completamente assorbito dal suo lavoro di speaker radiofonico a Roma.

Dopo quarant’anni, la coppia è ancora lì, a tormentarsi e a chiedersi incessantemente il perché siano tornati insieme. E la stessa identica domanda, declinata in sfumature differenti, è divenuta il fulcro anche della vita di Sandro ed Anna. Quali sono i “lacci” che ci legano alle persone che amiamo? Cosa tiene unita una coppia? A cosa si aggrappano mariti, mogli, figli, amanti per andare avanti insieme? È di questo che parla la nuova pellicola di Daniele Luchetti, tratta dal romanzo omonimo di Domenico Starnone, scelta come film di apertura per la 77esima edizione del Festival di Venezia.

Lacci simbolici ma anche fisici, perché il volersi bene passa anche attraverso piccoli gesti, come insegnare ai propri bambini ad allacciarsi le scarpe in una maniera del tutto personale (e il film, nel suo indugiare su dettagli di calzature sin dalla scena iniziale, riporta immediatamente alla mente il recente Jojo Rabbit). La storia di partenza, seppur non innovativa, è quindi potente ed universale. La sua trasposizione filmica, però, ne disperde gran parte del potenziale, a causa soprattutto di scelte strutturali e di montaggio.

La pellicola procede per sbalzi temporali, raccontando frammenti di passato, presente e futuro, mescolandoli insieme. Molte scene sono ripetute più volte e ad ogni nuova sequenza ulteriori particolari emergono a completare questo complesso mosaico di una vicenda familiare. Feste in maschera, litigi, dialoghi, incontri e scenate appaiono sullo schermo nella loro semplicità ed intensità, ma il continuo andare avanti e indietro nel tempo rende confusa e non chiara una storia lineare e semplice, come può essere il racconto di una coppia (e una famiglia) in crisi.

Anche la scelta del cast risulta non del tutto convincente. Luigi Lo Cascio ed Alba Rohrwacher appaiono autentici e genuini nelle versioni “giovani” dei due protagonisti. Figli di una generazione che ha lottato per il rovesciamento della famiglia tradizionale e per la liberazione dei costumi, cercano di mandare avanti il matrimonio più per dovere (quando si sono sposati, il patto era che il matrimonio fosse per sempre) che per effettivo coinvolgimento affettivo. Nel corso di quarant’anni hanno covato risentimenti, nevrosi e delusioni, alimentati dall’atteggiamento passivo-aggressivo di lei e dai silenzi di lui, che nella vita non si è mai arrabbiato ne è mai “esploso”. Un ménage soffocante ma allo stesso tempo liberatorio, che permette ad Aldo di non prendersi la responsabilità di aver distrutto il proprio nucleo familiare, salvo poi sabotarlo, costantemente, dall’interno attraverso piccoli sotterfugi quotidiani.

E questa non volontà (e in fondo, impossibilità) di reagire viene amplificata dalla scelta di girare le discussioni più significative prive di dialoghi: le bocche si muovono, ma lo spettatore non sente assolutamente nulla, salvo qualche impercettibile rumore di fondo, in un silenzio assordante ma carico di potenza emotiva.

Laura Morante e Silvio Orlando sembrano non continuare nella direzione intrapresa dai loro “alter ego”, imprimendo ai propri personaggi un’evoluzione diversa e a tratti incoerente (sebbene la recitazione “sull’orlo di una crisi di nervi” della Morante molto ricorda quella della Rohrwacher). In particolare, l’interpretazione di Orlando ha pochi punti di contatto, tanto fisicamente quanto nel modo di intendere il personaggio, con quella di Lo Cascio. Per quanto riguarda i figli, lo spazio concesso alle loro versioni “adulte” non basta a giustificare la presenza di due attori come Giovanna Mezzogiorno e Adriano Giannini.

Un film curato nei minimi dettagli (fotografia, ambientazioni e i costumi del pluripremiato Massimo Cantini Parrini contribuiscono a ricreare la psicologia dei personaggi) che si perde dietro la volontà di narrare una storia già vista in una maniera nuova. Rischiando di intrappolare lo spettatore in quegli stessi “lacci” da cui i protagonisti cercano, faticosamente e con scarsi risultati, di venire fuori.