Jojo Rabbit. Jojo Coniglio. Così viene ribattezzato e deriso Johannes Betzler (Roman Griffin Davis) al campeggio della Gioventù hitleriana. Motivo? Essersi rifiutato di uccidere un coniglio.
L’evento che Jojo (così chiamato da tutti) riteneva più importante nella sua vita di bambino di dieci anni, il campeggio che avrebbe fatto di lui un uomo, sembra averlo segnato nella vergogna. Qualcosa di più drammatico però segna Jojo in quei giorni: l’esplosione di una granata che lo ferisce, lo sfregia e lo rende inabile all’arruolamento nell’esercito del Reich. L’unico modo in cui Jojo può ancora servire il suo adorato Führer (nonché miglior amico immaginario, incarnato dal regista Taika Waititi) è attaccando manifesti di propaganda, sotto l’ala protettrice del Capitano Klenzendorf (Sam Rockwell).
Il suo coetaneo e amico Yorki (Archie Yates) si arruola e Jojo ha molto tempo libero con il suo lavoro, ma non ne ha da trascorre molto con sua madre (Scarlett Johansson) che è sempre fuori casa. Jojo rimane molto tempo solo con il suo amico immaginario nella grande casa – dove soffre l’assenza di un padre e di una sorella defunta – ma presto la sua solitudine viene disturbata. Jojo trova in casa ciò che cambierà ulteriormente la sua vita: una ragazza ebrea (Thomasin McKenzie).
Jojo, con il suo Adolf, spaventato dalla ragazza, dovrà impegnarsi a cercare una soluzione per liberarsi della “pericolosa” presenza che vive nella stanza della defunta sorella.

Taika Waititi prende e modella con la sua personalità la storia del romanzo Come semi d’autunno di Christine Leunens, condensando gli eventi in un periodo più breve, critico, come quello degli ultimi giorni del Terzo Reich.
Un canovaccio narrativo che potrebbe risultare prevedibile e scontato, attraverso l’eccentrica scrittura di Waititi (candidata come Miglior sceneggiatura non originale agli Oscar 2020) prende una forma nuova, con un taglio registico che segna la pellicola in un’opera trasformista. Jojo Rabbit ci regala dettagli, espressioni e battute che colorano ogni scena in modo unico, memorabile, suscitando emozioni sempre diverse nello spettatore.
Si potrebbe sintetizzare Jojo Rabbit come una commedia nera, e lo è, ma allo stesso tempo è una definizione inesatta perché questo film è un’opera in cambiamento, contaminata da tanti generi, che rifiuta etichette. Non facciamo in tempo ad abituarci al conforto di un genere che Waititi cambia registro, con svolte spesso molto forti. Si ride – e tanto -, ma subito dopo ci si raggela e poi ci si scalda, la tenerezza contagia, ma il dramma della realtà si batte prepotente sulla storia, che trova però – di nuovo – il modo di farci sorridere.

L’esordiente Roman Griffin Davis è il talentuoso protagonista assoluto della pellicola, ci porta nel suo mondo di bambino, divertente e un poco fiabesco, inevitabilmente segnato da un cieco fanatismo. Quel mondo che diverte nella sua onestà infantile, deve pian piano scontrarsi con la realtà storica, una realtà inevitabilmente crudele, fatta di violenza, morte, idee deliranti, fame, terrore. Waititi non vuole indorare la pillola per raccontarci la storia con protezioni e finzioni storiche per arruffianarsi il pubblico, piuttosto con Jojo Rabbit vuole raccontare del brutale passaggio dall’infanzia all’età (precocemente) adulta.
Jojo non cresce da solo, non è abbandonato a se stesso, ma la lontananza del padre, l’indottrinamento nazional-socialista, le idee liberali della madre, l’assenza di Yorki e la compagnia della terribile Elsa (la ragazza ebrea), minano i suoi equilibri e lo confondono.
I personaggi secondari – tutti ben caratterizzati – non sono inseriti solo per arricchire il quadro: ognuno ha un ruolo nella vita di Jojo, ognuno una funzione che diventa fondamentale filtro per osservare la realtà complessa, non piatta e con una sola, univoca, lettura, come un occhio fanatico invece osserverebbe.
Jojo così cresce negli incontri e scontri con i comprimari, si emoziona e ci emoziona con loro, legandoci a un cast difficile da dimenticare. Non deve stupire se troviamo una strepitosa Scarlett Johansson candidata come Miglior attrice non protagonista, ma possiamo storcere il naso alla mancanza di nomination per il meraviglioso Sam Rockwell. E gli attori più giovani non sono da meno, rispetto a giganti di Hollywood.

Presentato (e premiato) al Toronto International Film Festival, quello che sembrava semplicemente un lavoro satirico e andersoniano ha raggiunto la sensibilità e il consenso del pubblico. La sua presenza è stata iscritta nella top ten del National Board of Review e del American Film Institute, confermandosi come uno dei film più importanti del 2019, confluiti – inevitabilmente – nella corsa al Premio Oscar. Sei nomination agli Academy Awards 2020 sono state sì influenzate dalla storia e dalle interpretazioni di un grande cast, ma non si può negare che sono dovute in gran parte allo stile di Taika Waititi: teatrale, sopra le righe, intelligente e contaminato di riferimenti alla cultura pop.
Quello che può sembrare eccesso finalizzato a impoverire di significato il film, diventa significante attualizzante finalizzato a glorificare Jojo Rabbit. La colonna sonora è tra gli strumenti di supporto più riusciti in questo lavoro; particolarmente significativa diventa la versione in lingua tedesca di “Heroes” di David Bowie (“Helden”),perfetta a concludere questo amaro e ironico film.