In un bianco e nero sublime, tra lunghi piani sequenza e ampie panoramiche, il mondo della fluidità e delle nuove tecnologie impiegate nel cinema è respinto. Alfonso Cuarón si eclissa nel passato tra tecnica e ispirazione: il suo Roma non vuole essere un film storico ambientato negli anni Settanta, Roma deve essere gli anni Settanta della sua Città del Messico, un atto d’amore neorealista (d’inspirazione un po’ pasoliniana e un po’ viscontea, se vogliamo) più critico che nostalgico.
Il mondo di Roma (riferimento al quartiere Colonia Roma di Città del Messico) è complesso, contraddittorio, immerso in un contesto storico, culturale e sociale così variegato in cui sarebbe facile divagare, perdersi e risultare superficiali nel dedicarsi alle storie dei singoli. Cuarón non cade in questo errore, si prende i suoi tempi per avvicinarsi in modo sensibile all’universo dei personaggi, fregandosene della lentezza narrativa e tempi morti che mai sono realmente tali. Il suo linguaggio cinematografico è impegnato ad entrare nella psiche e negli umori dei suoi personaggi, lasciandoli parlare mediante le immagini anche nei silenzi, e tanti sono i silenzi ingenui (ma pregni di significato) di Cleo, protagonista e filtro primario degli eventi.

Cleo (Yalitza Aparicio) – di etnia india – è la domestica di una famiglia alto-borghese di di discendenza spagnola; si occupa delle pulizie, della cucina, dei bambini ed è felice.
Cleo è una giovane donna che si abbandona a sospiri romantici per l’affascinante Fermín (Jorge Antonio Guerrero), sospiri che scandiscono le sue giornate tra i giochi con i bambini ed i rimproveri per non pulire la cacca del cane nel cortile. Cleo è pura, con i suoi occhi vede solo il bene: sorride ai bambini che vogliono giocare e che umiliano “scherzosamente” la loro sorella solo per esser femmina; sorride al generoso capofamiglia che l’ha accolta e che disprezza il lavoro della donna; sorride alle continue critiche della sempre nervosa padrona di casa (Daniela Demesa) e, soprattutto, Cleo sorride alla virilità esibita di Fermín mentre sono in una stanza d’albergo a consumare la loro prima volta.
Cleo sorride vedendo solo il bello del mondo, ignorando il clima socio-politico fatto di scioperi e guerriglie, di deboli che combattono i forti. Cleo sorride innamorata della vita, sotto una campana di vetro che copre merda di cane, perché in fondo lei è l’ultima degli ultimi: donna, india, serva, non istruita.
La realtà colpirà duramente la campana di vetro della famiglia in cui lavora Cleo e le donne di casa – così diverse tra loro – si troveranno a stringersi tra loro, consapevoli di essere sole, di esser state prese in giro, di essere ultime, ma di poter trovare la dignità di vivere anche in un sistema patriarcale, violento e ingiusto.

Roma è un racconto intimo ma anche immenso, di miserie umane e grandi virtù, solidale al mondo femminile e spietatamente critico verso il patriarcato.
Roma fa riferimento al quartiere residenziale dove è ambientata la storia, ma spinge inevitabilmente a pensare alla capitale dell’Impero Romano e la sua peculiare storia. Come raccontato anche in Il Primo Re , Roma fu fondata sul sangue di un fratricidio e, alimentata da guerre e disuguaglianze, diventò un grande Impero. Secondo la leggenda però, quell’ Impero non sarebbe mai nato se una lupa non avesse allattato quei fratelli da cui tutto ha avuto origine. Quella bestia mitologica e impossibile da credere reale ma è facile accostarla al personaggio di Cleo, quanto somigliante un po’ a tutte le donne che compongono questo complesso quadro di contraddizioni e tanta meravigliosa umanità.
Roma si scaglia sì contro il patriarcato, guarda con tenerezza alle storie di donne diverse, ma le include come parte del problema in modo, più o meno, consapevole.

Il soggetto e la regia di Alfonso Cuarón hanno dato vita a un mondo ricco di poesia e personalità, ma dove non tutto è immediato e semplice. Dopo la lentezza iniziale e una trama che non sembra prendere vita, arriva il momento in cui ogni cosa si incontra e prende una direzione coraggiosa, diventando un film di feroce critica, di temi esistenzialisti e non, dove non c’è una goccia di sangue ma dove la violenza è il demone che contamina l’anima della pellicola.
Tra composizioni geometriche incantevolmente precise, si costruisce un puzzle in cui ogni tassello si incastra perfettamente all’altro; l’immagine che si manifesta, seppur pregna di violenza, lascia speranza: la bellezza delle piccole cose vince, dimostrando che i dettagli possono fare la differenza nell’arte quanto nella vita. C’è colore negli eventi, nonostante sia stato scelto un bianco e nero molto freddo; c’è calore, c’è umanità anche lì dove l’obiettivo si distanzia con panoramiche o concentrandosi su dettagli lontani dai soggetti.

Il trionfo agli Academy Awards 2019, ai Golden Globe e ancor prima, nel 2018, il Leone d’Oro al miglior film alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia (solo per citare alcuni festival) sono stati attribuiti alle abilità di Cuarón grazie allo sfruttamento massimo delle potenzialità di ogni elemento, filmico e pre-filmico, che ne ha creato un linguaggio – quello cinematografico – tendente alla perfezione. Roma riesce a parlare a un pubblico variegato perché feconda e contenitore di tante storie, di intrecci di personaggi diversi e condizioni diverse, ma tutte soggette alle leggi del Potere, un potere alto, invisibile e che è protagonista autorevole non solo di questo lungometraggio, ma della storia dell’intera umanità. Roma è una storia che sa come essere nostra, è un racconto onesto, ma che nella sua crudezza ci mette di fronte alla forza degli esseri umani di continuare a vivere nonostante le avversità.