Non è facile per la psicoterapeuta Sibyl (Virginie Efira) interrompere le sedute con tutti i suoi pazienti, ma la voglia di tornare a scrivere è più forte di qualsiasi altra cosa, così forte che scavalca lavoro e vita privata. Madre di due splendidi bambini, sposata con Etienne (Paul Hamy), Sibyl è una donna dal passato movimentato: problemi di alcolismo e una travolgente relazione extra-coniugale finita bruscamente con la scoperta di una gravidanza. Il suo presente viene travolto dalla giovane attrice Margot (Adèle Exarchopoulos), anche lei rimasta incinta dopo un rapporto con il co-protagonista del film che sta girando, Igor (Gaspard Ulliel), a sua volta in una relazione con la regista Mika (Sandra Hüller). Margot chiederà aiuto a Sibyl: non riesce a decidere se tenere il bambino o abortire, e il suo mondo rischia di crollare come un castello di carta. Se in un primo momento la psicoterapeuta è restia ad accettare un altro paziente, in poco tempo verrà trascinata dal carisma di questa tumultuosa ragazza, al punto da registrare le sessioni di terapia per utilizzarle come spunti per il suo romanzo. A poco a poco, le vite di Sibyl e Margot si intrecceranno in un legame morboso e malsano.

Dopo Frammenti dal Passato – Reminiscence un’altra storia di ossessione sbarca nelle nostre sale cinematografiche. È un’ossessione ben diversa da quella che Hugh Jackman aveva per la sua amata Rebecca Ferguson: la francese Justine Triet prosegue ancora una volta nella sua esplorazione del macrocosmo femminile a tre anni di distanza da Tutti gli Uomini di Victoria, dipingendo un caleidoscopio di ricordi e rimpianti senza dubbio intrigante all’inizio, ma non del tutto convincente nell’insieme. Sibyl mette tanta carne al fuoco, condisce di dettagli e sottotesti un racconto malato che però si perde per strada molto, troppo presto. È un’opera minacciosa e potente come il bellissimo vulcano di Stromboli che spicca dietro a Margot e Igor durante le riprese del film di Mika – tre personaggi scritti veramente, ma veramente male – ma che non erutta mai.

Forse, essendo questo il terzo film in cui la Triet si immerge nell’analisi dell’ennesima donna sull’orlo di una crisi di nervi in bilico tra lavoro e affetti, si nota un senso generale di stanchezza che opacizza tutto il progetto: gli inevitabili e prevedibilissimi sviluppi sessuali della seconda metà danno poi il colpo di grazia a una pellicola che si sarebbe potuta indirizzare verso ben altri orizzonti psicologici, forse anche metacinematografici. Si parla di maschere, si parla di verità, si parla di scrivere la propria vita, tutte questioni affascinanti che però spariscono all’improvviso perché si preferisce indugiare su amplessi à la Kechiche. E a proposito di Kechiche, anche la bella Exarchopoulos parte benissimo per poi perdersi in un misto di arroganza e antipatia pura. E allora cosa resta?

A parte le mille domande di contorno che non troveranno mai risposta, resta solo un senso generale di delusione, di fragilità, di ansia generale. Di irrequietezza, perfino. Ma soprattutto resta un grandissimo mal di mare, a cui Sibyl purtroppo non potrà porre rimedio.