L’umile e laboriosa Isabel (Daniela Valenciano) mai riposa, divisa tra il prendersi cura delle due figlie, servire il marito Alcides (Leynar Gómez) e lavorare come sarta per contribuire alle spese domestiche.
Isabel cerca di fare economia domestica come può, usa la stessa lampadina per il soggiorno e lo studiolo dove cuce; fa bei vestiti alle sue clienti ma non indossa qualcosa di carino per sé e non si lamenta mai nonostante la suocera critichi ogni suo gesto.
Isabel è una moglie, una madre, una lavoratrice, ma anche una giovane donna che non si concede mai nulla per se stessa, non esce mai e vive sotto la pressante richiesta del marito di un terzo figlio. Alla nostra protagonista la vita basterebbe così com’è, vorrebbe solo la possibilità di usare ogni tanto per se stessa i soldi che guadagna, potersi permettere una lampadina in più, un tessuto grazioso per cucirsi un vestito e uscire saltuariamente per divagarsi. Silenziosamente Isa nasconde i suoi bisogni, il quotidiano diventa pesante e l’ombra del patriarcato oscura la sua vita tra sensi di colpa, incubi e allucinazioni.

El despertar de las hormigas (titolo originale di The awakening of the ants) doveva rappresentare il Costa Rica agli Academy Awards 2020; sfiorata la candidatura per Miglior Film Internazionale – a causa di una competizione davvero di alto livello quest’anno (tra cui ricordiamo il polacco Corpus Christi) – è mancato il prestigio della nomination (come è mancata a The Farewell), ma non le attenzioni di giurie internazionali. Dalla Berlinale 2019, passando per il Roma Indipendent Film Festival, vincendo il premio della giuria al Seattle International Film Festival, The Awakening of the Ants è arrivato ai Goya, nominato come miglior film latino-americano, un titolo che la piattaforma streaming MUBI non poteva perdersi, ma soprattutto un percorso prestigioso per quello che è il primo lungometraggio per la regista e sceneggiatrice Antonella Sudasassi.
Sudasassi nel 2016 aveva girato la sua opera prima, il cortometraggio The awakening of the ants: childhood, nucleo e prequel che ha incubato per anni le idee, le intenzioni e il carattere che evolverà nel 2019 nei 94 minuti dell’opera in oggetto. Il risultato è una pellicola di modesto femminismo che con la sua intimità riesce a concedersi parentesi e vittorie da un mondo patriarcale ben connotato.

Lunghi capelli da spazzolare e intrecciano, Isa li lava, li pettina, li tocca e poi cadono negli incubi e si ritrovano al posto dei fili per cucire; sono capelli che ospitano insetti, mosche, formiche, quelle che Isabel trova sul lavello e poi sente salire sulle gambe; insetti che infestano il suo corpo, tra sogno e realtà. Capelli e insetti sono elementi borderline che Sudasassi usa con abbondanza – quasi feticistica – in una pellicola che richiama il neorealismo e che – nelle sue tensioni – sembra sfociare in qualcosa di grande, forse terribile, ma che più probabilmente usa simboli di conflitto per farci accedere alla psicologia turbata della protagonista. Non ci sono rivoluzioni o grandi gesti a voler fare di The Awakening of the Ants un manifesto femminista, Sudasassi si premura infatti nella narrazione di dimostrare – quasi ansiosa – che la protagonista è una brava donna, una buona moglie e madre. In fondo la storia di Isabel è un ambiguo riscatto in cui si vuole la riscoperta della dimensione femminile della protagonista; il suo “io” donna è stato da lei dimenticato e con piccole concessioni segrete, Isa cerca di riappropriarsi semplicemente di se stessa, di riunire i bisogni di mente e corpo, per farsi coraggio e dar voce a ciò che davvero pensa e desidera.

Complessivamente The Awakening of the Ants potrebbe risultare discreto ma insipido a fronte delle possibilità artistiche e contenutistiche – reali e suggerite – in cui poteva sfociare, ma sono nella costruzione e nell’umiltà le sue virtù.
Antonella Sudasassi sicuramente ha le idee chiare e ci mostra un’opera dove tutto quadra, dove gli elementi bizzarri trovano il loro senso e niente sembra forzato. Il merito dell’ego dell’artista però va condiviso assieme a un cast convincente, in particolare Daniela Valenciano ha fascino e carisma tali da fare la differenza, suggestionando il ricordo di nostrane dive del cinema in bianco e nero (ma con ampio margine di miglioramento e crescita).
Il legame Sudasassi-Valenciano risulta vincente, ma non un trionfo di tipo clamoroso, semplicemente il lavoro svolto da entrambe risulta empatico e solido, quanto la morale di questa non-fiaba: in animali come le formiche c’è dignità e bellezza, non per la loro forma imperfetta ma perché possono essere schiacciate e mai soccombere.