Al Capone (Tom Hardy) e il suo impero sono ormai un ricordo lontano. Il suo posto è stato preso da Fonse, il nonno col sigaro in bocca e la voce rovinata, che ascolta la radio mentre ammira l’orizzonte della sua residenza in Florida… o almeno, di ciò che ne rimane. Le statue vengono pignorate una ad una, e il denaro scarseggia. Ma nelle pieghe della mente di un ex gangster sono nascosti dieci milioni di dollari, un tesoro inestimabile che potrebbe risollevare le sorti di una famiglia sull’orlo del tracollo finanziario. Ma esistono davvero questi dollari, o sono anch’essi frutto dell’immaginazione di un uomo distrutto, ad appena 47 anni, dalla demenza?

Il percorso di redenzione di Josh Trank da quel disastro di critica e pubblico che fu Fantastic Four culmina con un Capone in cui Hardy si immerge fino a scomparire, in cui la figura dell’uomo deteriorato da neurosifilide e con le facoltà intellettive irreparabilmente distrutte è più importante del gangster spietato: un passato troppo ingombrante, che viene spesso messo a tacere. Non è più Al, e i parenti non vogliono neanche sentire quel nome: lui è Fonse. Questa dualità persiste per tutto il film, dialogando tramite allucinazioni e ricordi che si mescolano fino a non poter più distinguere ciò che è vero da ciò che è totalmente inventato.

Tuttavia, ciò che emerge da questa nebbia è un prodotto che, sotto la scorza dura di un art film, ha ben poco da offrire al pubblico. Che Tom Hardy, ricoperto fino all’estremo di trucco e parrucco, possa sembrare “sprecato” per un film del genere è una sensazione ricorrente, frutto di una fotografia (a cura di Peter Deming) che si concentra sul contrasto delle cicatrici di scarface e trascura uno sfondo pastello di luoghi e persone. Il cast che circonda il protagonista, tranne alcuni grandi nomi (Kyle MacLachlan nei panni del medico di Capone, Linda Cardellini in quelli di Mae Capone e Matt Dillon in quelli dell’amico Johnny), impallidisce e resta fermo, impassibile, evitando accuratamente qualsiasi guizzo artistico che possa rinsavire una pellicola che, ai limiti del parodistico (complici anche dei dialoghi in italiano che sembrano usciti da Google Translate), si preoccupa principalmente di raffigurare Capone adornato di pannolone, ormai incapace di intendere e di volere, perso nelle sue ossessioni e nei suoi sogni a occhi aperti. Alcuni di questi sogni ricordano (forse anche grazie a una colonna sonora molto eterogenea, che mescola synth e jazz anni ’40) i piani sequenza di David Lynch, in bilico tra due persone nello stesso corpo. Ma purtroppo è solo un’illusione.

L’ultimo anno di Fonzo (così doveva chiamarsi originariamente la pellicola), sorvegliato a vista dall’FBI e circondato da statue, poteva essere raccontato in modo più avvincente e storicamente fedele. Trank tuttavia si preoccupa più di confezionare una pellicola d’autore – qualsiasi cosa significhi – atta a raccontare la discesa di un uomo nella follia, mentre elabora la perdita del potere di un tempo, scadendo però nell’autoreferenziale e nel pretenzioso. Un po’ come un palloncino d’oro: bellissimo, tondo, che spicca in mezzo a mille altri. Ma che poi, inevitabilmente, scoppia.