Il ritrovamento del diario di una bambina incuriosisce un uomo (Max Tortora) che dall’ordinarietà di quanto narrato, avverte un sottotesto inquieto e drammatico. Con fantasia vengono riempiti gli spazi d’ombra di quelle che si riveleranno Favolacce di una splendente estate dove protagonisti sono bambini oggetti di invidie, violenze e incoscienze di genitori incapaci (su tutti spicca la coppia composta da Elio Germano e Barbara Chichierelli).
Non ci troviamo in una periferia problematica ma in un contesto suburbano abbastanza variegato seppur piccolo, chiuso e soffocante; uno scenario ibrido tra Desperate Housewives e la Dogville di Lars Von Trier dove si sperimenta un narrazione american gothic in un contesto italianissimo.
Questo piccolo mondo da fiaba oscura è un mondo senza amore, dove i bambini si sentono sbagliati pur avendo tutti 10 in pagella, dove avere una bella casa non conta, perché gli interni sono sempre bui, disordinati o minimalisti, come l’animo degli adulti protagonisti. Fuori invece gli esterni sono sempre luminosissimi (grazie alla magistrale fotografia di Paolo Carnera) ma alla luce del sole d’estate non c’è un’infanzia spensierata e gioiosa. Il sole illumina l’indifferenza e espone una verità che nessuno vede, ma è pronta ad esplodere.

Con una dote narrativa lucida e incisiva come quella di Raymond Carver (una fonte d’ispirazione dichiarata) i fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo costruiscono una storia realistica, grottesca, dove le parole contano ben poco (i dialoghi sono quasi tutti costruiti su frasi fatte e circostanziali) ma dove l’azione e il contesto sono curati nel dettaglio, perché gli scenari nelle fiabe sono essenziali.
La parte tecnica non è lavorata finemente per vezzo ma perché totalmente subordinata al contenuto di Favolacce; esso non potrebbe risultare così emotivamente spiazzante senza la disturbante colonna sonora o senza quelle inquadrature che a volte nascondono, a volte cercano dettagli e altre si allontanano. Ogni movimento di camera, ogni suono sgradevole, quanto l’eccessiva luce sono votati alla tensione e alla conferma che qualcosa di inevitabile è in moto.
L’Orso d’Argento a Berlino per la Miglior Sceneggiatura è il riconoscimento d’eccellenza a due autori che al loro secondo lungometraggio dimostrano che il cinema italiano non solo è vivo, ma coraggioso e sorprendente. Questo cinema attuale – come Favolacce dimostra – pur ben connesso al contesto e ai linguaggi contemporanei, guarda alle lezioni del cinema d’autore del passato, lo guarda nostalgico ma evitando il citazionismo, misurandosi piuttosto con una poetica personale.

Proprio al Festival del Cinema di Berlino 2018, i fratelli D’Innocenzo avevano presentato la loro opera prima, La terra dell’abbastanza, con la quale avevano ottenuto il favore di critica e pubblico. La partecipazione ad altri festival ha portato visibilità, interesse e premi (tra cui ben tre Nastri d’Argento), fino alle candidature al David di Donatello.
Il trionfante esordio li ha portati a lavorare con Matteo Garrone alla sceneggiatura di Dogman, film che sembra esser stato un elemento chiave per la loro maturazione, una base quasi ideale per Favolacce.
Rispetto a La terra dell’abbastanza i gemelli D’Innocenzo non abbandonano scenari e vicende realistiche, ma le interiorizzano con un filtro di estremo pessimismo. Favolacce mostra il mondo adulto come un universo omogeneamente cancerogeno per le generazioni più giovani, attuo a rubare il loro futuro e calpestarne ogni sentimento positivo, per sadismo o ignoranza.
Al confine tra adolescenza e età adulta c’è Vilma (Ileana D’Ambra), cinica, immatura e gravida di una bambina verso cui non non sa cosa provare; lei è un personaggio simbolico, svuotata di umanità, di senso, di sogni, è la sintesi perfetta tra l’età adulta e la giovinezza. Vilma è il prologo e l’epilogo di un’idea disperata che condensa perfettamente la filosofia dei D’Innocenzo, una filosofia frutto di esperienze passate e del disgusto verso un mondo patriarcale, violento e indifferente. Favolacce non è dunque solo una fiaba dark contemporanea ma un malessere, una critica, un’espressione di rabbia che nonostante porti sotto i riflettori l’indifferenza, non lascia allo spettatore lo stesso sentimento.