Raccontare la vita di un pittore come Ligabue non è di certo impresa facile. Intraprendere la strada del classico biopic sarebbe quindi risultato sterile e non del tutto efficace. Per questo il regista Giorgio Diritti decide di raccontarcela in maniera frammentata, scomposta, attraverso flashback della sua infanzia tormentata e squarci della sua vita da adulto.

Ligabue (Elio Germano) viene cresciuto da una famiglia svizzero-tedesca, fino a quando viene cacciato e rimandato in Italia, in un paesino sulle rive del Po. Qui vive in estrema povertà e solitudine, fino a quando lo scultore Renato Marino Mazzacurati (Pietro Traldi) lo prende con sé e lo porta a scoprire le sue doti artistiche.

Per lui la pittura e la scultura divengono l’unico mezzo espressivo col quale affermarsi e comunicare il suo mondo interiore, che cerca disperatamente di venire fuori, imbrigliato in un corpo e in una fisicità respingenti. Il suo essere naïf, in perenne contatto con la natura e gli animali, emerge prepotentemente attraverso i colori accesi dei suoi quadri. Nel momento in cui Ligabue prende in mano per la prima volta il pennello, inizia a rivendicare il suo diritto ad essere un artista e la dignità delle sue opere, contro coloro che lo hanno deriso ed isolato per tutta la sua esistenza. Il “Volevo Nascondermi” del titolo viene infatti spazzato via proprio grazie a questa consapevolezza, ed il pittore inizierà sempre più ad esporsi, partecipando alle proprie mostre e prendendo parte persino ad un documentario.

Ma il film, nella disperata ricerca di mettere in evidenza proprio questo aspetto di Ligabue, a un certo punto si perde. L’essere un emarginato, un matto, qualcuno con problemi d’ira, irretito dalle donne e in perenne lotta contro un mondo che non lo comprende divengono, nella visione di Diritti, l’unica chiave possibile per raccontare un personaggio di tale portata. In questo modo, però, si finisce col rendere in maniera troppo stereotipata la figura di questo artista, ingabbiato in questa retorica romantica del “matto”, capace solamente di parlare con bambini, animali, che si veste da donna per superare un non si sa quale conflitto irrisolto con la figura femminile e che ha, e può avere, come unica via di fuga l’arte.

Germano (miglior attore al Festival di Berlino) si muove, parla, dipinge come Ligabue, ne assume i connotati e la lingua strascicata, fatta di un miscuglio di tedesco e dialetto emiliano, ne mette in evidenza la carica espressiva, ma la sua interpretazione viene schiacciata da una sceneggiatura che cerca in tutti i modi di aderire a questa visione. In maniera analoga a quanto era accaduto nel film dedicato a Giacomo Leopardi (Il giovane favoloso, Mario Martone, 2014).

Gli altri interpreti divengono quindi delle mere comparse, che ruotano intorno alla galassia Germano-Ligabue e sembrano destinati a ricoprire un ruolo esclusivamente in funzione della sua vita, divenendo suoi sostenitori o suoi detrattori. A cominciare dallo scultore Mazzacurati e soprattutto dalla madre di quest’ultimo (Orietta Notari).

Il film ricorda, nelle intenzioni e nella volontà di porsi quindi come un film biografico non convenzionale, il recente Martin Eden (Pietro Marcello, 2019), che però si basava su un personaggio di finzione. Ma le analogie riguardano anche il modo di girare la pellicola, attraverso un montaggio costruito su salti temporali e una cronologia non ben definita, e la fotografia, usata per narrare sentimenti e stati d’animo, catturati attraverso sequenze che sembrano veri e propri quadri. E ne condivide anche la conseguente confusione sul piano narrativo.

Ma, al contrario dell’opera di Marcello, quella di Diritti è calata in un preciso momento storico, a cavallo fra fine ‘800 e metà ‘900, arrivando a toccare il periodo della guerra e dell’Italia fascista, nella quale un uomo come Ligabue non poteva ovviamente trovare un suo spazio.

Muovendosi nella direzione di un omaggio più che di una fedele ricostruzione della vita di Ligabue, il film non convince del tutto. La forza di un’esistenza vissuta a pieno, nonostante le difficoltà, rimane potenziale inespresso. Il pittore resta ancorato all’etichetta del matto e del naïf e, in questo modo, non raggiunge lo spessore necessario a rendere il racconto della sua vita qualcosa di più di un semplice viaggio all’interno dell’esistenza di un uomo considerato solamente per il suo essere “fuori dagli schemi”.