Il titolo di questo film è fuorviante, o forse no.
Non siamo davanti a un adattamento contemporaneo de I Miserabili di Victor Hugo, ma l’ambientazione (Montfermeil) è la stessa, le tematiche sempre di natura sociale, e la protagonista è sempre lei, la rabbia.
C’è una rabbia silenziosa, addomesticata come un animale da circo, ma pronta a mostrare i denti al bisogno nell’opera del regista Ladj Ly. Che un animale da circo – un cucciolo di leone – sia l’innocente oggetto di una crisi, non è casuale.
Nella banlieue Des Bosquets a un circo di gitani viene rubato un leoncino da un ragazzino della comunità subsahariana, una “ragazzata” che minaccia una guerra da parte dei circensi furiosi, desiderosi che il sindaco (Steve Tientcheu) risolva il loro problema nell’immediato. L’intervento della polizia porta a una pace momentanea, ma devono sbrigarsi e trovare il leone, per il quieto vivere del quartiere, già ferito in passato da rivolte di questo tipo.
Il fragile ecosistema – temperato da violenza, ignoranza e incuria – mostra i suoi punti nevralgici nella ricerca, incrociando storie e personaggi attraverso tre controversi protagonisti, tre poliziotti, che incarnano ideali diversi.
C’è Chris (Alexis Manenti) il capopattuglia che incarna quel tipo di poliziotto contro cui marciano i #blacklivesmatter, violento, corrotto, abituato all’abuso di potere.
C’è il brigadiere Gwada (Djibril Zonga) dalla pelle nera, nato a Montfermeil, che guida la volante e asseconda Chris, tacendo sui suoi abusi e facendo il suo gioco.
Infine c’è il brigadiere Ruiz (Damien Bonnard) appena unitosi alla squadra anti-crimine, un poliziotto ordinario, giusto, che deve prendere confidenza con il problematico quartiere. L’arrivo di Chris nella squadra coincide con l’inizio della storia de I Miserabili.

Il termine razzismo non emerge mai, i gesti sbagliati che vediamo in scena non vengono mai chiamati con il loro nome, integrati ormai in un sistema e una mentalità del tutto sbagliata e che non può combattersi semplicemente con scelte etiche, perché impossibili da applicare. Dove cercare giustizia? Non c’è giustizia da parte delle forze dell’ordine, non dal sindaco e neanche la religione riesce a essere dalla parte di una “gioventù bruciata” dal mondo corrotto degli adulti. La famiglia stessa non è un luogo di protezione: Issa (Issa Perica), il giovane che prenderà il cucciolo, è ormai abituato al furto, un’azione che fa per gioco e che invece di essere corretta da una buona educazione viene punita cacciandolo da casa. Non a caso è proprio quella punizione a spingerlo dai furti di galline al rubare un leone.
In apertura film vediamo Issa con i suoi amici festeggiare la vittoria della nazionale francese ai mondiali di calcio 2018, una vittoria che colora di blu, bianco e rosso non solo gli Champs-Élysées ma tutti i tifosi senza discriminazione, inclusi quei bambini della periferia. La spaccatura è ipocrita e profonda, è una ferita al cuore stesso della Francia, nonché al futuro di una generazione intera.
I Miserabili è un eco di due secoli che romanza i problemi del suo, legati alla periferia non tanto come luogo, ma come posizione culturale e di sensibilità. In un terreno malato mette radici una generazione che non può che crescere storta e senza colpa, perché come ci dice Hugo – esemplarmente citato – non esistono cattive erbe, né cattivi uomini, esistono soltanto dei cattivi coltivatori.
Che il setting degli eventi sia proprio quella Montfermeil dove Jean Valjean incontra Cosette, la bambina su cui abusavano i parenti adottivi, non risulta una scelta casuale. Il brigadiere Ruiz tenta di essere un contemporaneo Jean Valjean, prova a fermare gli abusi, ma lui è un poliziotto bianco, un subordinato appena arrivato, non ha coltivato niente in quel luogo e non appartiene a quella realtà, così la sua morale diventa invisibile, perché è un signor Nessuno dalla parte “sbagliata”.

Gli eventi sono ispirati alle rivolte del 2005 iniziate dalla banlieue di Clichy-sous-Bois che si estesero a Montfermeil e finirono per coinvolgere molte periferie di altre città francesi, seguendo un’ondata di rabbia alimentata dall’allora Presidente della Repubblica, Nicolas Sarkozy, che definì racaille (feccia) gli abitanti delle banlieue. Ladj Ly c’era, abitava in quelle periferie, e in I Miserabili rappresenta un mondo che conosce bene, aiutato solo nella stesura della sceneggiatura da Alexis Manenti (interprete del violento Chris) e Giordano Gederlini.
Nato come cortometraggio nel 2017, I Miserabili diventa un lungometraggio nel 2019 arrivando al Festival del Cinema di Cannes dove concorre per la Palma d’Oro, vinta poi da Parasite, ma l’onestà e l’importanza del racconto di Ladj Ly gli valgono il Premio della Giuria. Parasite ostacola le possibilità di vittoria anche agli Academy Awards, dove i due film sono nominati e tra i favoriti (insieme a un altro gioiello, Corpus Christi) nella categoria Miglior Film Internazionale. Grazie a quella visibilità I Miserabili trova maggior successo in Europa e alla trentaduesima edizione degli European Film Awards gli viene assegnato il Prix FIPRESCI, nonché ai César Awards dove, su undici nomination, vince quattro premi tra cui Miglior Film.
Lo stampo di carattere documentaristico (il campo d’attività principale di Ly) unito a una conoscenza reale dei luoghi e del tessuto sociale delle banlieue, fa de I Miserabili un racconto di riflessione e critica che ha uno spirito non dissimile dalla Favolacce dei fratelli D’Innocenzo. La diversità dalla pellicola italiana sta nella cronaca realistica e nella rabbia, sentimento che sta diventando voce di molte generazioni, consapevoli di dover rivendicare un futuro rubato. I bambini di Montfermeil dopo lunghi silenzi, dopo timidi segnali, asseconderanno quella rabbia.
I Miserabili è solo un film alla fine, ma di finzione ce n’è ben poca, mentre gli avvertimenti sono tanti e non è possibile ignorarli.