Academy Two è stata lungimirante sul successo di Bong Joon-ho nella serata degli Oscar 2020. Intelligentemente ha così portato su pochi e selezionati schermi italiani, il piccolo gioiello Memorie di un assassino, film che nel 2003 conquistò i festival asiatici, tra tutti i Korean Film Awards e il Tokyo International Film Festival.
Questo film ha toccato anche l’emisfero occidentale, inclusa l’Italia del Torino Film Festival dove si è fregiato del Premio Holden per la sceneggiatura e del premio del pubblico. Nonostante le partecipazioni a vari festival, possiamo pensare che quel minimo interesse occidentale sia postumo al 2003 e nato grazie a Quentin Tarantino, quando lo inserì nella sua top 20 dei migliori film dal 1992 al 2009.

Memorie di un assassino – opera seconda di Bong – non si deve fraintendere come un film che guarda a Hollywood o di raffinata estetica e intellettualità come Parasite. L’ispirazione di Bong sono gli omicidi ad opera del primo serial killer della Corea del Sud, raccontati in un thriller ambientato in una realtà rurale. Siamo nel 1986, anno in cui la Repubblica sta avendo la sua importante transizione economica, accompagnata non da pochi disordini sociali. In una cittadina di campagna tuttavia il tempo sembra essersi fermato, si è ignari dei cambiamenti e quando vengono trovati i corpi di due donne efferatamente uccise, i bambini continuano a giocare in quel campo di grano, i contadini non fermano il lavoro, i trattori passano sopra la scena del crimine e il medico legale si concede il lusso del ritardo: la polizia non ha alcuna autorevolezza in quel posto.
Niente corpi speciali investigativi, niente scientifica, impossibile avvalersi dei test per il DNA, le indagini sono svolte in modo sbadato. Pettegolezzi, pregiudizi e improbabili doti extra-sensoriali, guidano un’indagine caratterizzata dall’uso della tortura durante gli interrogatori. Il detective Park Du-man (Song Kang-ho) accompagnato dal violento collega Cho Yong-gu (Kim Roe-ha) è a capo di un indagine di difficile svolgimento, risultandone un personaggio quasi fantozziano per la sfortuna e le false convinzioni che insegue. A supporto dell’indagine arriva un detective da Seul, Seo Tae-yun (Kim Sang-kyung), non un carismatico e geniale Sherlock Holmes, ma un detective ordinario e umano, abituato all’investigazione e alla razionalità. Lo scontro tra raziocinio e impulsività, tra presentimento e fatti verificati, è forte e porta allo scontro dei due detective non aiutando la caccia al serial killer, pronto a colpire.

Bong Joon-ho con una scrittura accattivante, lineare, intelligente aperta ad ambiguità volute, ci presenta un thriller denso di sorprese e costruito su importanti lezioni di cinema.
Dimentichiamo il giallo hollywoodiano, abbracciamo il fascino del cinema di Akira Kurosawa, attualizzato, con un richiamo al neorealismo italiano e un’ispirazione – forse predominante – al cinema di Pier Paolo Pasolini. Sono lezioni fatte proprie, rielaborate, non esternate in forma di citazionismo; il confronto fine a se stesso risulterebbe debole, ma nel suo rapporto con la telecamera e la messa in scena risulta più evidente.
Memorie di un assassino si presenta come una commedia scanzonata, dove si muovono personaggi goffi e privi di carisma, un trionfo di normalità incurante del dramma e del pericolo con cui gioca. L’arrivo del detective Seo cambia gli equilibri, discretamente, dando un certo grado di gravità alla situazione corrente e aprendo l’incontro/scontro tra personaggi, attuo a definirne meglio la psicologia. Con l’avanzare del minutaggio l’ironia non abbandona la pellicola, ma eclissa dietro la tragedia, unendosi alle isterie e ignoranze provinciali, fatte di leggende urbane e veggenti che vorrebbero individuare il killer.
La graduale sensibilità al tema si manifesta anche nell’approccio con le vittime: inizialmente vediamo il medico legale risultare esso stesso superficiale, i corpi seviziati e legati sono mostrati con noncuranza, c’è un forte distacco empatico. Con l’evolversi della vicenda si accresce la sensibilità verso le vittime, verso i dettagli trovati su quei corpi e una moralità più forte si impone nei personaggi.

Memorie di un assassino esplora i luoghi fisici e psicologici della provincia con un approccio vero-simile, fatto di limitazioni, equivoci, errori, lasciando convivere umori e sentimenti agli antipodi, tanto da lasciar pensare che Martin McDonagh con Tre manifesti a Ebbing, Missouri possa essersi ispirato proprio a questo film.
Nessun personaggio rappresenta l’eroe o l’anti-eroe, nessuno di loro ha un particolare carisma che potrebbe distinguerlo, gli stessi background dei protagonisti sono nascosti, affinché l’elemento chiave sia evidenziato: la normalità.
La normalità della vita di provincia, la normalità di chi detiene la giustizia, la normalità di chi è esterno a quell’ambiente, la normalità nella perversione, la normalità come volto dell’assassino. In clima del tutto ordinario, tra gente ordinaria, l’omicidio è l’unico elemento straordinario che – per certi frangenti – finisce per rientrare nell’ordinario, nella routine di persone che diffidano più della polizia che del vicino di casa. Il male stesso diventa banale.
In una tesi meno astratta, concettuale e stratificata da Parasite, Bong Joon-ho dalla sua seconda opera usa l’ironia e luoghi comuni per fare critica, una critica alla società, a chi detiene il potere, quanto alla moralità della gente comune, come noi. Memorie di un assassino però non è un banale tentativo di critica di costume né un thriller da un canovaccio ordinario, piuttosto una storia neorealista che si interroga sulla complessità dell’essere umano.

All’apparenza la scrittura di Bong potrebbe risultare di molte mancanze, trame non risolte, psicologie abbozzate, ma il fine stesso dell’opera non è la risposta quanto la domanda, una domanda contaminata dal dubbio.
Con quelle tracce di perfetta imperfezione Memorie di un assassino si rivela capolavoro di narrazioni (plurale dovuto), opera che fa del suo trasformismo un elemento più di autorialità che di forza, segnale del potenziale di un regista che sta meritatamente conquistando non solo Hollywood, ma il cinema mondiale. Il tardo arrivo nelle nostre sale deve essere un’occasione che non va ignorata.