Avete mai sentito parlare di competenze trasversali? Probabilmente vi siete imbattuti in questo concetto nel tentativo di stilare un perfetto curriculum vitae, magari per ottenere il lavoro che avete sempre sognato. In generale, per competenze trasversali si intende quell’insieme di capacità aspecifiche di un lavoro o di un ambiente organizzativo che permettono l’esecuzione di compiti diversi tramite adattamento organizzativo: ad esempio il problem solving, la gestione dello stress, la flessibilità e l’adattamento alle specifiche condizioni organizzative, la comunicazione efficace o lo spirito d’iniziativa. Naturalmente prese singolarmente o senza un substrato di competenze specifiche (ad esempio, le conoscenze teoriche o un’adeguata formazione) servono a poco, ma chi può annoverarle tra i suoi punti di forza può vantare delle importanti doti aggiuntive.

Nel caso dei Kim, le competenze trasversali sono l’unica risorsa di cui dispongano davvero. Protagonisti del pluripremiato Parasite di Bong Joon-ho (recentemente vincitore degli Oscar per Miglior Film, Miglior Film Internazionale e Migliore Sceneggiatura Originale), la coppia di coniugi Ki-taek e Chung-sook e i loro figli, Ki-woo e Ki-jeong, troveranno il modo di introdursi nella vita della ricca famiglia Park e di ottenere con l’inganno degli impieghi senza essere qualificati per svolgerli. La cosa che sorprende è la straordinaria capacità di improvvisazione, di adattamento e di risoluzione di problemi di ciascuno di loro, pur senza avere la minima nozione teorica o pratica di come svolgere le mansioni ottenute: Ki-woo diventa insegnante di ripetizione d’inglese per la figlia dei Park spacciandosi per studente universitario; sua madre si sostituisce alla governante imparando completamente da zero a gestire una villa intera e una vita a lei totalmente estranea, compresa la ricetta di un improvvisato ram-don; il padre diventa l’autista del signor Park, imparando a familiarizzare con auto di lusso fingendosi un cliente interessato ad acquistare in un’autorimessa e studiando le mappe telematiche delle strade.

Ma tra tutte le interpretazioni straordinarie messe in atto dai Kim, quella che ci colpisce maggiormente è quella di Ki-Jeong, sorella di Ki-woo, che si spaccia per esperta di psicologia del disegno e arteterapia per aiutare il piccolo Da-song, il fulcro attorno al quale l’intera famiglia Park si muove durante l’intera durata della pellicola, e quindi forse la componente più importante per la buona riuscita della truffa. Ki-jeong gestisce il suo ruolo mescolando una naturale inclinazione al comando e una perfetta adattabilità alla situazione specifica, e con alcune trovate particolarmente ispirate riesce non solo a guadagnarsi la fiducia di sua madre e ottenere il posto, ma straordinariamente produce un cambiamento interessante in Da-song stesso. Non conoscendo nulla di arteterapia, Ki-jeong riesce infatti ad essere, in qualche modo, “terapeutica”, fornendo al piccolo e alla famiglia qualcosa di cui avevano evidentemente bisogno: uno spazio solo per Da-song strutturato con regole ben precise. In poche parole, Ki-jeong costruisce per Da-song un grossolano, sebbene stranamente funzionale, esempio di setting clinico.

Il concetto di setting in psicologia clinica

Ma cosa intendiamo, precisamente, per setting? In psicologia clinica si definisce setting lo spazio, materiale e mentale, predisposto dallo psicologo per accogliere al meglio una domanda d’aiuto da parte di un utente-paziente. Un setting clinico ha solitamente caratteri di ripetitività e costanza, si colloca all’interno di un contesto istituzionale specifico con regole ben precise (uno studio privato, per esempio, ma nel caso avvenga in un contesto pubblico bisogna riuscire a garantire un setting funzionale anche appoggiandosi agli spazi messi a disposizione dall’ente, che spesso non sono ottimali o costanti) ma al contempo si configura come uno spazio “altro” rispetto al mondo esterno, difeso strenuamente dallo psicologo tramite regole concordate assieme all’utente-paziente. Sarebbe riduttivo però considerare il setting solo come contesto fisico: esiste anche il cosiddetto setting mentale, frutto dell’incontro tra le soggettività dello psicologo e dell’utente-paziente, quindi delle aspettative reciproche, i rispettivi ruoli, le modalità di entrare in relazione con l’altro e con il contesto, e tutto il mondo interno portato da entrambi. Setting è, quindi, non solo il contenitore ma anche il contenuto, processuale, dell’intervento psicologico.

“Eccentrico e spesso distratto”

Fin dalla sua prima entrata in scena, rocambolesca e inarrestabile, Da-song si presenta all’osservatore come un bambino iperattivo, privo di regole di buona condotta e provocatore. Non saluta gli ospiti quando gli viene richiesto, non obbedisce, scaglia frecce giocattolo sugli ospiti e ne stringe una in mezzo alle gambe per scandalizzare sua madre. Non c’è rimprovero che tenga, perché Da-song è abituato a farsi rispettare: il padre non fa che regalargli giocattoli e oggetti costosi (senza peraltro essere minimamente coinvolto nell’educazione di suo figlio) e la madre si dimostra debole, timorosa e accondiscendente a qualsiasi sua richiesta. L’unico tentativo, infruttuoso e persino controproducente, di imporgli una disciplina è quello di iscriverlo al gruppo di giovani scout, quindi delegando il ruolo genitoriale a qualcun altro. In mancanza di una figura autoritaria nella sua famiglia, Da-song non rispetta alcuna regola che non siano i suoi capricci occasionali.

Le predilezioni di Da-song sono principalmente due: gli indiani d’America e il disegno. Oltre a collezionare archi e frecce e farsi comprare delle tende indiane, importate direttamente dagli Stati Uniti, il più piccolo di casa Park viene considerato un vero e proprio genio nel disegno, tanto da portare la madre a cercare per lui delle insegnanti d’arte che possano capirlo appieno e sviluppare ulteriormente le sue doti artistiche. E che possano resistere per più di un mese al suo carattere ingestibile, anche.

Non è solo il talento in erba di Da-song a impensierire la madre, sfortunatamente. Come racconterà lei stessa a Chung-sook dopo un iniziale riserbo, il bambino ha vissuto un vero e proprio trauma la notte del suo sesto compleanno: intento a rubare un po’ di torta dal frigorifero, ha visto spuntare dalla cantina la testa di un uomo (la madre lo definisce un fantasma, ma considerando che Da-song conosce il codice Morse … chissà che la sua idea sulla vicenda non sia diversa), e ha avuto quella che appare essere una crisi epilettica, lasciandoci supporre che quella sia stata la prima di una lunga serie di crisi. In seguito a quell’episodio inspiegabile Da-song si rifiuta di restare in casa durante i compleanni successivi, così i genitori lo portano ora a casa della nonna materna, ora in campeggio. Persino quando il fiume straripa e non si può campeggiare Da-song trova una soluzione alternativa: dormire nella tenda degli indiani nel cortile di casa. E i genitori glielo concedono senza troppe storie.

Privo di regole, genio incompreso, debole di salute e con un trauma non elaborato: non sorprende che Da-song sia così difficile da gestire. I genitori lo trattano come il capo della famiglia, un principe, e nonostante le deboli rimostranze ognuno di loro ubbidisce umilmente o si defila senza fiatare.

Ki-jeong e la sua arteterapia

E’ qui che entra magistralmente in scena Ki-jeong, la Jessica che ha studiato arte nell’Illinois e che ha un approccio “particolare”, diverso e innovativo con i bambini che imparano a disegnare. Già dalla sua presentazione il suo personaggio sembra creato ad hoc per rassicurare la madre che questa volta l’insegnante di arte non andrà via, perché saprebbe gestire anche le situazioni più disperate, persino Da-song.

Ma la vera genialità di Ki-jeong non sta nell’assecondare l’idea che la madre si è fatta di lei e del suo futuro rapporto con Da-song, bensì nello smentirla drammaticamente. La madre rimane completamente spiazzata quando Ki-jeong le dice che non lavora mai con altre persone nella stanza, e che deve pertanto aspettare al piano di sotto finché la lezione non finisce: non si può certo dire che la prenda bene, considerando quanto sembri agitata mentre aspetta che la strana insegnante e suo figlio si rifacciano vedere. Eppure, il risultato è straordinario: Da-song non fa rumore quando scende le scale, e aspetta accanto a Ki-jeong in modo composto e tranquillo. Addirittura, quando Ki-jeong gli dice di andare nella sua stanza, lui fa un inchino e obbedisce!
Miracolo? No, solo il frutto dell’impostazione di un setting.

Il setting materiale, in questo caso, è la stanza di Da-song, trasformata in un luogo “altro” in cui possono accedere solo Ki-jeong, nel ruolo di insegnante di arte e di arteterapia insieme, e Da-song stesso. Se altri provano a entrare (come Chung-sook nel ruolo di governante, più avanti nella pellicola) vengono rimproverati seccamente. C’è una prima regola, dunque, che separa nettamente esterno da interno: nella stanza adibita a setting non c’è madre, governante o capriccio che tenga, si disegna e basta. Perché è Ki-jeong l’autorità ora.

Ki-jeong, la stessa che non si lascia impressionare dalla freccia stretta tra le gambe, che non si scompone di fronte alle rimostranze, che usa poche frasi per convincere chiunque a chiudere la bocca e obbedire. Da-song deve aver percepito la differenza di autorità tra lei e i suoi genitori, e deve anche aver percepito che con lei non è possibile negoziare. E’ una figura nuova nella sua vita, e lui non sa dominarla. Così capitola.

Ki-jeong non si limita però a imporre, cosa che probabilmente alla lunga potrebbe portare a giochi di potere tra i due: la sua intelligenza sta anche nell’entrare attivamente nel mondo di Da-song senza per questo stravolgerlo. Una scena interessante del film la vede intenta a osservare un calmissimo Da-song disegnarle in braccio all’interno della tenda degli indiani, e a bassa voce indicargli una parte del disegno a cui prestare attenzione. Quella tenda è un punto d’incontro tra il mondo di Ki-jeong e quello di Da-song: al suo interno non si gioca (ed ecco un’altra regola), ma ci si può restare per disegnare, quindi per fare qualcosa di divertente per Da-song e al contempo utile per Ki-jeong. E, considerando la confidenza con la quale Da-song si abbandona tra le braccia della sua atipica insegnante, il compromesso funziona eccome.

Ne è una prova ulteriore il comportamento al di fuori del setting: dopo quella prima “seduta” non vedremo più Da-song agitarsi come a inizio pellicola e diventare ingestibile. L’unica eccezione sembra essere la notte del suo compleanno, quando si rifiuta di dormire in casa, ma d’altronde non ci sorprende: c’è un trauma irrisolto alla base.

La “zona della schizofrenia”

Vogliamo forse supporre che anni di studi, abilitazione ed esperienza clinica siano ininfluenti di fronte alle competenze trasversali? Assolutamente no. Come anticipavamo, Ki-jeong ha creato solo un esempio grossolano di setting, e se vogliamo ha commesso una serie di errori che un professionista potrebbe facilmente rintracciare.

Prima di tutto, l’ubicazione: è sempre meglio non creare un setting all’interno della casa del bambino, perché è molto facile che il bambino continui a seguire le regole vigenti in casa e non quelle del colloquio clinico. Basti pensare, ad esempio, a cosa succede quando il signor Park chiama a gran voce Da-song per mostrargli i regali che gli ha portato, incurante della seduta in corso: Da-song non esita a infrangere il setting e correre di sotto.

La mancanza di coinvolgimento dei genitori nel percorso del figlio è un altro punto di discrimine, che alla lunga può portare a effetti negativi nel percorso: i genitori non sono semplici accompagnatori, bensì un elemento fondamentale per un buon processo di cambiamento. Non si può pretendere di modificare un atteggiamento o un’abitudine disfunzionale senza ottenere dai genitori importanti informazioni sul bambino o senza spiegare loro di volta in volta (fuori dal setting, naturalmente) gli obiettivi e i progressi auspicati ed effettivi, in modo tale da creare una collaborazione tra le due parti ed evitare lotte di potere che hanno il bambino come premio (e come vittima).

Inoltre, un professionista difficilmente si limiterà a osservare il bambino mentre disegna senza cercare di comprendere il significato dietro ai suoi disegni. Diversi psicologi dell’età evolutiva trattano i disegni dei bambini come test proiettivi, ovvero ritengono che la modalità di rappresentare se stessi e gli altri su carta sia un indizio sul mondo interiore attuale del bambino, sui suoi conflitti interni e sul suo rapporto con le figure significative e con il mondo. Ki-jeong, naturalmente, non conosce nulla di tutto ciò, e non lavora col bambino riflettendo sui significati che Da-song potrebbe attribuire a ogni sua “opera d’arte”.

Eppure, se ne avesse le competenze, potrebbe notare che gli autoritratti di Da-song sono quanto meno atipici per un bambino di nove anni. Le proporzioni sono tutte alterate, gli occhi e il naso sono giganteschi, i tratti sono spigolosi e i contorni sono molto calcati. Per quanto la valutazione del disegno infantile sia tutt’altro che una tecnica standardizzata e univocamente classificabile, alcuni studiosi ritengono che questi elementi possano denotare aggressività, impulsività o contenuti ansiosi del pensiero.

L’unica cosa che Ki-jeong fa notare a sua madre, in fin dei conti, è l’unica che potrebbe garantirle un profitto importante e quattro sedute settimanali, di norma non necessarie in terapie reali: la cosiddetta “zona della schizofrenia”, un’ombreggiatura in basso a destra che mostrerebbe in modo univoco che il bambino è psicotico. Magari un professionista potrebbe trovare un significato nella ricorrenza di questa “zona d’ombra”, ma è inutile specificare che non esiste nessuna “zona della schizofrenia” che ti dica chiaro e tondo se tuo figlio è schizofrenico o no.

Si poteva far meglio, dunque, perché non basta un setting e qualche competenza trasversale ben impiegata per diventare un esperto. Ma dopotutto, da un maestro della truffa non ci si poteva aspettare di più.